Mercoledì, 22 Settembre 2021
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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

I cambiamenti climatici degli ultimi tre secoli sull’arco Alpino in uno studio della "Bicocca"

Dallo scioglimento dei ghiacciai non si torna indietro, dicono gli Esperti, ma come è cambiato il clima sulle Alpi, negli ultimi trecento anni? Una squadra di scienziati e ricercatori della Università "Bicocca" di Milano ha iniziato a perforare il ghiacciaio del Mandrone a più di tremila metri di quota, sul massiccio dell'Adamello

Dallo scioglimento dei ghiacciai non si torna indietro, dicono gli Esperti, ma come è cambiato il clima sulle Alpi, negli ultimi trecento anni? Una squadra di scienziati e ricercatori della Università "Bicocca" di Milano ha iniziato a perforare il ghiacciaio del Mandrone a più di tremila metri di quota, sul massiccio dell'Adamello, (Alpi Retiche, prov. di Brescia), in Lombardia, allo scopo di estrarre dal ghiaccio una carota gelata di 270 metri, tanto quanto è profondo il manto bianco.

“Il progetto ADA-270, ora è operativo, ha spiegato il professor Walter Maggi, della Università degli Studi di Milano -Bicocca, Ordinario al Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra, ed esperto in attività di ricerca in aree polari. Con il continuo ritiro in lunghezza e spessore di questo ghiacciaio, si sta perdendo un testimone fondamentale del clima delle nostre Alpi.

Studiare una carota significa datare con precisione i singoli livelli di ghiaccio e lo si può fare attraverso i residui di polveri vulcaniche presenti, oppure utilizzando il materiale radioattivo di esplosioni o incidenti atomici o attraverso altri fenomeni naturali che sono avvenuti nel passato, in anni precisi. A quel punto, si studiano le piccolissime sacche d’aria che la neve, cadendo, ha trattenuto, per avere le misure esatte della composizione atmosferica nei vari periodi.

Tutto questo permette di ricostruire, con grande precisione, il clima del passato e ci racconterà con grande accuratezza ciò che è realmente avvenuto sulle Alpi, dal punto di vista climatico nei secoli più vicini a noi, quando i cambiamenti climatici indotti dall’uomo sono stati notevoli. Lo studio è destinato a diventare il più grande archivio d'Italia e l'analisi delle varie stratificazioni di materiale che si è depositato nel corso dei secoli, permetterà agli scienziati di ricercare sistematicamente tutto quello che in questo lungo periodo di tempo si è posato sulla superficie ghiacciata (polveri, pollini, sabbia, semi, ma anche resti di animali, etc.) e proseguendo, in profondità.

L'obiettivo della ricerca è studiare i cambiamenti climatici sulle alte montagne e le loro conseguenze sul territorio e sui Paesi del fondovalle, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità idrica presente e futura. I ghiacciai sono tra le principali riserve d'acqua dolce delle regioni alpine e dalla loro sopravvivenza dipende la possibilità, per chi vive ai piedi delle grandi montagne, di avere acqua a sufficienza. I ghiacciai delle Alpi, soprattutto negli ultimi tempi, si sono ritirati sempre più a causa dell'aumento della temperatura della Terra provocando frane ed accelerando il dissesto idrogeologico del territorio. Negli ultimi trenta anni, il ghiacciaio dell'Adamello ha perso oltre un terzo del suo volume e procedendo di questo passo rischia di scomparire entro il prossimo secolo, come la gran parte dei ghiacciai alpini.

Per tentare di frenare lo scioglimento dei ghiacci, dal 2008 sono stati posizionati sulla superficie gelata dei teli speciali detti “geotessili”(composti da fibre sintetiche) in grado di respingere i raggi solari e proteggere il ghiaccio nei mesi più caldi dell'anno, rallentando il processo di fusione. Oggi, questi teli coprono complessivamente un'area glaciale di 100mila metri quadrati.

Il massiccio dell'Adamello è sede del più vasto ghiacciaio d'Italia, oltre 16 chilometri quadrati. Su queste nevi perenni sono state scritte importanti pagine di storia. Durante la prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1918, migliaia di alpini italiani vi furono mandati a combattere in situazioni climatiche particolarmente dure perché dovettero fronteggiare i rigori dell'inverno fino a 40 gradi sotto zero, circondati da decine di metri di neve. Tanti soldati morti sono rimasti tra quei ghiacci.

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