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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

L'inquinamento dei mari da invasione di plastica e i pericoli per la salute

La plastica rappresenta la maggior componente dell’insieme di materiali non biodegradabili sulla Terra. Dai primi anni cinquanta del secolo scorso è iniziata la sua produzione massiva, passando da un milione di tonnellate all’anno a 350, con crescita  media del 3,5%  annua.

La quantità di plastica, oggi in uso sul pianeta è dovuta alle sue proprietà chimico-fisiche: un polimero indistruttibile, ottenuto artificialmente da petrolio e gas naturale e di bassissimo costo di produzione. Le stime più accurate attestano che ogni anno ne finiscono in mare 10 milioni di tonnellate. Questi rifiuti viaggiano per lunghissime distanze, trasportati dalle correnti marine, accumulandosi in località remote e disabitate come i Poli, da dove nessuno può rimuoverli. Nell’Artico, foche, orsi polari e balene, ingeriscono enormi quantità di macrodetriti plastici, che una volta assorbiti dall’organismo, provocano danni fisici e biologici di ogni tipo, responsabili della morte di oltre 100mila vite marine l’anno e oltre un milione di uccelli.

Per l’azione di acqua marina, sole e altri processi fisico-biologici le plastiche finite in mare degenerano in microplastiche inferiori ai 5 mm, pericolosissime perché se ingerite entrano nel flusso sanguigno degli organismi più piccoli, come lo zooplankton, alla base della catena alimentare,  minacciando  l’esistenza  della vita sul pianeta. Le correnti marine, incrociandosi in alcuni punti specifici, formano i gyre oceanici, vere e proprie trappole per i detriti, generando zone di accumulo alla stregua di isolotti.

Plastica e microplastica sono state documentate in 5 gyres nei principali oceani terrestri (Pacifico, Atlantico, Indiano).

Thilafushi, la discarica di Malè;la più grande isola di plastica al mondo, si trova nelle Maldive, una delle mete turistiche più belle al mondo. Oggi è un altopiano di circa 15 metri di plastica, rifiuti medici, industriali e di privati, abbandonato.

Nonostante sia conclamata l’emergenza in corso, alla Conferenza sul clima 2021 di Glasgow non è stato adeguatamente considerato il problema dell’inquinamento da plastiche, tra le perturbazioni umane a maggiore potenziale destabilizzante, rispetto al funzionamento e all’equilibrio del sistema ambiente a livello globale.

Tra le possibili soluzioni è indicato il divieto dei prodotti usa e getta (pari al 50% dei 380 milioni di tonnellate annue), estendere l’uso di materiali biodegradabili per il packaging (imballaggio) e sensibilizzare al consumo responsabile.

EFFETTI SULLA SALUTE UMANA

Molte plastiche di uso comune contengono e rilasciano sostanze chimiche pericolose, tra cui gli EDC  (interferenti endocrini) che disturbano i sistemi ormonali del corpo e possono causare cancro, diabete, disturbi riproduttivi, danni allo sviluppo neurologico nei bambini.

Un rapporto della Endocrine Society, società scientifica che riunisce esperti di tutto il mondo e di Ipen (International pollutants  elimination network), evidenzia che le materie plastiche rappresentano una minaccia per la salute pubblica.

Anche le plastiche biodegradabili e le bioplastiche, spesso contengono a loro volta interferenti endocrini (EDC), contaminanti ambientali potenzialmente in grado di alterare la funzione del sistema endocrino e causare effetti avversi sulla salute delle persone e della loro progenie.

L'inquinamento dei mari da invasione di plastica e i pericoli per la salute

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