Salute e medicina on line

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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

La longevità non è solo nei geni, influiscono anche fattori ambientali e stili di vita

L’invecchiamento è condizionato solo per un terzo dai fattori genetici, cioè dal DNA e per due terzi dipende da cause ambientali e stili di vita. Un gruppo di scienziati della Università di San Francisco ha dimostrato che adottando stili di vita salutari è possibile rallentare i meccanismi alla base dell’invecchiamento cellulare. In uno studio pubblicato sulla rivista “Lancet Oncology” i ricercatori sono riusciti a favorire l’aumento del 10% in 5 anni della lunghezza dei telomeri, la parte terminale di ogni singolo cromosoma che protegge le estremità dall’accorciamento, determinato dal tempo, dall’invecchiamento e dagli effetti della ossidazione. Secondo gli studiosi, la soluzione per bloccare l’accorciamento dei telomeri e farli ricrescere è quella di adottare una alimentazione a base di vegetali, svolgere attività fisica personalizzata e la meditazione anti-stress.

Nel secolo scorso, il biologo Leonard Hayflick aveva dimostrato che le cellule dell’organismo non possono riprodursi all’infinito perché ad un certo punto, cessano di duplicarsi e muoiono. Egli formulò la teoria secondo cui le cellule non possono andare oltre un determinato numero di duplicazioni definito “limite di Hayflick” che varia in base alla specie animale, al tipo di cellule ed alla sua età.

Oggi, sappiamo che il blocco della duplicazione cellulare è legato all’accorciamento dei telomeri: quando esauriti, le cellule hanno raggiunto il limite delle replicazioni che le sono concesse e si estinguono per apoptosi (morte programmata).

Una recente ricerca scientifica ha individuato come calcolare la longevità di una persona, misurando la velocità a cui invecchia il suo DNA. Lo studio si riferisce al genetista Steve Horvath della Università di Los Angeles che ha lavorato sui dati genetici di oltre 13.000 persone. E’emerso che un individuo che presenta una elevata età biologica misurabile analizzando il suo DNA, avrà un alto rischio di morte prematura, indipendentemente dalla sua data di nascita.

Le prospettive di vita non sono scolpite nei cromosomi, la predisposizione genetica alla longevità si annulla se non vengono adottati comportamenti salutari.

Fumo, alcool, sedentarietà, esposizione agli inquinanti chimici, radiazioni, vanificano gli influssi positivi dei geni ed accorciano la vita. Secondo gli scienziati la possibilità di una lunga vita in buona salute è per il 70% affidata a noi stessi e deriva dalle abitudini che adottiamo, indipendentemente dal patrimonio genetico.

I maggiori rischi per la salute nascono dagli eccessi alimentari. Lo conferma anche la dieta abituale nelle “zone blu della Terra”, aree in cui la vita media è più lunga e con una maggiore concentrazione di centenari. Queste popolazioni longeve sono caratterizzate da una alimentazione a basso apporto calorico e basata soprattutto su:verdura, frutta e pesce.

Esiste il gene della longevità?

Per cercare di scoprirlo i ricercatori della Stanford University e della Università della California hanno analizzato il genoma di 17 delle 74 persone che, al momento della ricerca, avevano superato i 110 anni di età. Dall’esame è emerso che nessuna singola variante genica era comune tra i supercentenari. Nel loro DNA non esisteva nessuna particella “ fattore X” in comune. La componente genetica dell’invecchiamento è stata analizzata da una ricerca congiunta della Boston University School of Public Health and Medicine della Università di Yale e della IRCCS multimedica di Milano. Nel corso dello studio sono state identificate 281 mutazioni genetiche in base alle quali era possibile fare previsioni sulla longevità di una persona.

Tra le varianti genetiche che possono favorire la longevità vi sono anche quelle che regolano i telomeri. Esiste un enzima chiamato telomerasi, scoperto nel 1955 alla Università di Berkeley che impedisce l’accorciamento dei telomeri perché duplica alcune sequenze di DNA e le aggiunge alla fine dei cromosomi, allungando i tappi protettivi ed evitando che si accorcino troppo. Se la telomerasi agisce e salvaguarda la lunghezza dei telomeri, le cellule vivono più a lungo, così, di conseguenza, le persone. Anche se i nostri genitori o i nonni hanno vissuto 100 anni, vuol dire solo che nel nostro DNA è associata questa possibilità che si realizzerà soltanto insieme ad uno stile di vita sano.

Una ricerca di Elizabeth Blackburn, biologa australiana, Premio Nobel per la Medicina 2009, ha dimostrato che lo stress cronico influenza i processi di invecchiamento favorendo una riduzione dei telomeri. Con l’avanzare della età, i telomeri si consumano sempre più e verso i 75-80 anni, in alcune persone si accorciano più rapidamente.

Esistono analisi che offrono la possibilità di misurare i telomeri delle proprie cellule attraverso un esame di sangue. Tra questi il “BioAge” test genetico che misurala lunghezza media del DNA telomerico dei leucociti del paziente. I risultati delle analisi vengono interpretati per stabilire se una persona ha una età biologica corrispondente a quella anagrafica. Conoscere l’esito dell’esame potrà essere utile a coloro che mostrano di avere i telomeri molto corti che possono essere indice significativo del rischio di contrarre malattie in futuro.

L’accorciamento dei telomeri è stato osservato in numerose condizioni tra cui: obesità, stress psicologico, disfunzione immunitaria, cancro e malattie cardiovascolari. Studi in vitro hanno dimostrato l’efficacia del trattamento antiossidante.

La longevità non è solo nei geni, influiscono anche fattori ambientali e stili di vita
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