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Domenica, 5 Dicembre 2021
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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Le mutazioni di Sars-Cov-2 monitorate dalla comunità scientifica

Identificate diverse migliaia di variazioni del genoma virale

La preoccupazione dal punto di vista biologico e clinico è che la variante inglese di Sars -CoV -2 possa influire negativamente sull'andamento della pandemia, non solo aumentando il numero di riproduzione di base del coronavirus (R con zero: una misura della sua trasmissibilità), ma anche su altre caratteristiche virologiche. Non disponendo, al momento, di evidenze immunologiche certe, le ipotesi tra gli scienziati restano aperte a verifiche.

Il "cuore molecolare" di un virus che ne determina le proprietà, inclusa la virulenza e la trasmissibilità, è il suo patrimonio genetico. Il genoma di Sars-CoV-2 è un filamento singolo di acido ribonucleico (RNA) costituito da 29.903 basi (le lettere del codice genetico). Questa identità cambia i propri requisiti frequentemente, in dipendenza del tipo di virus e della sua replicazione nel tempo, attraverso un processo chiamato "mutazione".

"Da quando si è diffuso il Sars-CoV-2, sono state identificate diverse migliaia di variazioni nel suo genoma - ha spiegato il professor Giorgio Palù, Virologo, Presidente dell'Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco).  Questo avviene perché, come tutti i virus, anche Sars-CoV2, replica molto velocemente e quindi il suo enzima replicativo (l'RNA polimerasi) commette degli errori nella incorporazione dei nucleotidi; quanto più una infezione è persistente - ha proseguito il professor Palù - evento frequente nei soggetti immunodepressi, tanto più le mutazioni si accumulano. Sarebbe opportuno, come hanno fatto i britannici, creare una task force che sequenzi il genoma virale e si scambi le informazioni sulla base di una anagrafe vaccinale corredata da dati clinici ed immunologici. I britannici hanno già depositato in "banca dati" le sequenze di oltre 60mila genomi virali, mentre l'Italia solamente un migliaio".

Di queste variazioni, un buon numero "non sinonime", sono significative, perché hanno un effetto sulla struttura delle sue proteine, alterano la sequenza aminoacidica, introducendo aminoacidi diversi. Mutazioni sono state riscontrate anche nel "gene S" che codifica per la proteina Spike, la quale permette al virus di infettare le nostre cellule ed è il bersaglio dei vaccini. Di queste varianti genomiche "non sinonime", il 5% (87 mutazioni) sono state trovate in oltre 100 virus provenienti da pazienti diversi, a testimonianza della loro diffusione nella popolazione.

Tra di esse, particolarmente studiate perché potenzialmente più pericolose, sono le mutazioni puntiformi A222V, N439K, Y453F, N501Y, D614G, la delezione 69-70 e le loro composizioni. La variante del virus che si sta diffondendo in Gran Bretagna, la VUI 202012/01 (linea B1.1.7) è importante perché contiene ben nove mutazioni "non sinonime" per la proteina Spike (N501Y, A570D, D614G, P681H, T716I, S982A, D1118H, le delezioni 69-70 e 144), più altre otto in regioni differenti del suo genoma. Questo può spiegare l'unico dato certo sino ad ora, sulle caratteristiche epidemiologiche di questa variante e cioè che in Inghilterra essa mostra un R con zero superiore di 0,4 punti rispetto a quello delle altre forme circolanti di coronavirus, con un incremento sino al 70% della trasmissibilità. Al momento, non si possono escludere effetti sulla patogenicità e sulla immunogenicità e antigenicità della variante.

Quanto più un virus si diffonde, tanto maggiore è il numero delle sue replicazioni negli organismi infettati e le replicazioni sono le occasioni in cui avvengono le mutazioni del genoma che portano, nel tempo e con la selezione naturale alla evoluzione delle sue caratteristiche biologiche, dando eventualmente luogo a ceppi diversi, come per i virus influenzali. Per questo, occorre arginare quanto prima la pandemia Covid-19, ricorrendo a misure di contenimento dei contagi efficaci ed efficienti. La possibile scoperta di varianti virali potenzialmente più aggressive deve portare a delle determinazioni coraggiose e rapide.

"La mutazione D614G - ha spiegato il professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo della Università Campus biomedico di Roma - che ritroviamo nel 98% delle sequenze italiane si è ormai fissata nei ceppi virali circolanti in Italia e in altri Paesi europei e anch'essa ha aumentato la contagiosità del virus, come sembra stia facendo la variante inglese. Certamente i virus mutano per definizione e le mutazioni sono indotte anche dal nostro sistema immunitario e da pressioni selettive ambientali - ha proseguito il professor Ciccozzi. E' sempre possibile che aumenti la contagiosità, ma anche la patogenicità, ma in molti casi, le mutazioni favoriscono l'ospite in quanto i coronavirus cercano di adattarsi e a convivere in una situazione di parassitismo. Infatti, senza che l'andamento epidemiologico sia stato sconvolto, in Italia si sono diffuse nei mesi scorsi almeno tredici varianti diverse di Sars-CoV-2.

Le mutazioni di Sars-Cov-2 monitorate dalla comunità scientifica

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