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Domenica, 19 Maggio 2024
Salute e medicina on line

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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Long Covid: recenti studi clinici evidenziano diversi sintomi e molteplici cause  

Le stime sul numero di pazienti  affetti da Long Covid, secondo una revisione di studi pubblicata a gennaio 2023 su Nature, potrebbe aggirarsi attorno ai 65 milioni e le possibili cause dello strascico da Covid-19 sono molteplici. Sindromi molto simili al Long Covid sono state descritte anche nei secoli scorsi, come eredità  lasciata dalle grandi pandemie ed epidemie.  Disturbi, quali: l’estremo affaticamento, la difficoltà di concentrazione (o brain fog), i dolori diffusi, la respirazione affannosa, la tachicardia  e la depressione  si ritrovano in diverse condizioni  che seguono  una infezione  virale e anche in numerose malattie autoimmuni.

Secondo studi recenti, la pandemia  chiamata “la Russa”, che ha flagellato    l’Europa  e il Nord America tra la fine dell’800 e i primi anni  del ‘900 è stata determinata  da uno dei quattro  Coronavirus che oggi causano il raffreddore chiamato OC43. Quella pandemia  lasciò dietro di sé  una sindrome  post virale  che si è protratta  per anni  e  aveva  moltissime caratteristiche  comuni con  il Long Covid, quali:  le distorsioni  olfattive, l’affaticamento e la difficoltà di concentrazione. Il Long Covid colpisce maggiormente le donne, rispetto agli  uomini, soprattutto  tra i 40 e i 55 anni; inoltre, ha un andamento  altalenante, cioè alterna momenti di relativa  quiescenza  con altri  in cui  i sintomi  diventano  acuti.

In alcune persone,  potrebbe essere legato ad una reazione autoimmune innescata  dalla Covid, in altre, da frammenti  di SARS-CoV-2  che si aggirano ancora nell’organismo  e mantengono in apprensione il sistema immunitario, esausto dopo una lunga attivazione. In altri casi, i disturbi  riportati potrebbero dipendere da danni agli organi colpiti dalla Covid-19 o anche, l’infezione  da Coronavirus  potrebbe aver riattivato virus latenti che il corpo aveva già incontrato in passato e di cui si rimane portatori, come il virus  di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi.

La varietà di condizioni scatenanti il Long Covid determina una vasta gamma di sintomi: affaticamento, nebbia mentale, dolori muscolari diffusi, tachicardia, difficoltà di concentrazione, depressione, disturbi del sonno, sono alcuni dei più comuni, ma ne sono stati catalogati  molti di più.

Non esiste un accordo su come definire  il Long Covid, né un esame o un indicatore ufficiale per fare una diagnosi, ma essendoci più cause, saranno possibili anche più  trattamenti  e gli studi clinici già iniziati  sui pazienti faranno chiarezza  sul tipo di cura  più indicata,  nei singoli casi. La professoressa Akiko Iwasaki, immunologa  della Università di Yale (Università privata statunitense), apprezzata a livello internazionale per i suoi studi  sul Long Covid, ha in corso uno studio  clinico  su un centinaio di pazienti per verificare  se l’antivirale Paxlovid  della Pfizer,  usato per trattare  i casi sintomatici  di Covid-19 abbia effetto anche sul Long Covid.

L’ipotesi clinica su cui si basa la ricerca è quella della riserva virale: se il farmaco  funziona, potrebbe eliminare ogni minima  traccia residua  del virus  della Covid dall’organismo. Il trail (prova, esperimento), dovrebbe includere  pazienti con Long Covid derivante da cause diverse, dei quali saranno monitorate le caratteristiche immunitarie (cellule T iperattive o residui di proteina Spike del SARS-CoV-2) e che riceveranno il Paxlovid o un placebo in modo randomizzato  (con assegnazione casuale). In questo modo si potrà vedere con precisione, al termine della cura, quali saranno i biomarcatori  più comuni nelle persone che si sono sentite meglio e quindi risalire alla causa scatenante.

Altri studi  clinici  in corso,  prendono di mira  diversi meccanismi, per esempio l’infiammazione diffusa  lasciata  nell’organismo  dalla Covid-19. Il trial  Stimulate-ICP di University College  London  che ha finora reclutato  500 persone,  userà un anticoagulante, il rivaroxaban, per trattare  i microcoaguli  nel sangue derivanti  dalla Covid che ostacolano  l’arrivo dell’ossigeno ai tessuti e che secondo alcuni potrebbero contribuire al Long Covid.

La diagnosi si può fare solo con attenzione  alla storia del malato, anche precedente all’infezione da SARS-CoV-2. Ci sono infatti alcune condizioni  come il diabete, l’asma o l’obesità che sembrano predisporre  al Long Covid. Proprio per la grande eterogeneità dei sintomi, non esiste un unico iter ed il medico deve  valutare i disturbi prevalenti ed indirizzare verso gli esami più idonei. Si cerca di aiutare  il paziente  con i farmaci, la riabilitazione respiratoria, fisica ed olfattiva. Quando è necessario, con la psicoterapia e le tecniche di rilassamento.

Il British National Institute  for Health Research  ha proposto  una classificazione  più precisa  delle varie forme  di Long Covid, suddividendola  in quattro sindromi: un danno  permanente ad alcuni organi colpiti dalla infezione  da SARS-CoV-2; la sindrome da post  terapia intensiva; una sindrome da fatica post virale (conseguenza  di una eccessiva risposta immunitaria) e la persistenza di veri e propri sintomi da Covid-19.

Long Covid: recenti studi clinici evidenziano diversi sintomi e molteplici cause  

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