Martedì, 21 Settembre 2021
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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Nei casi di polmonite bilaterale, il "casco" è una via italiana per evitare di intubare i pazienti

Evitare di intubare i pazienti affetti da Covid-19 con grave insufficienza respiratoria, è possibile, almeno nel 40% dei casi, utilizzando i "caschi", come supporto non invasivo

Evitare di intubare i pazienti affetti da Covid-19 con grave insufficienza respiratoria, è possibile, almeno nel 40% dei casi, utilizzando i "caschi", come supporto non invasivo. Lo attesta lo studio scientifico "Henivot", promosso e coordinato dai professori Domenico Luca Grieco e Massimo Antonelli del Policlinico Gemelli di Roma e pubblicato sulla rivista Jama (Journal of the American Medical Association), che ha dedicato alla ricerca anche un editoriale. Il ricorso al casco, e quindi allo step che precede la ventilazione meccanica invasiva, oltre a far risparmiare ai pazienti un notevole stress che può lasciare strascichi anche di natura psicologica, consente di ottimizzare l'uso dei ventilatori, diventati rarissimi. «Mentre le Linee Guida 2020 considerano "l'intubazione" come terapia di elezione per i pazienti con grave diminuzione dell'ossigeno nel sangue (ipossiemia), il casco è stato utilizzato tantissimo in questa pandemia, prevalentemente in Italia - riferiscono i due medici rianimatori. Il pregio dello studio è che rappresenta la prima documentazione di efficacia di questo strumento rispetto alla ossigenoterapia ad alti flussi. Consente di erogare pressioni molto alte che permettono di riaprire il polmone colpito dalla infiammazione riducendo la fatica respiratoria. Inoltre - proseguono gli esperti - è molto confortevole, rispetto ad altre terapie non invasive e offre trattamenti continuativi con poche interruzioni».

Il fulcro della scoperta - ha aggiunto il professor Grieco - consiste nell'aver confrontato gli effetti della ossigenoterapia ad alti flussi con quelli del casco. I risultati dimostrano che il casco evita il ricorso alla ventilazione invasiva (intubazione) in circa il 40% dei casi. Chi usufruisce del casco - avverte lo specialista - deve essere strettamente monitorato, perché quando l'intubazione si dovesse rendere necessaria, non va ritardata. Lo studio, finanziato dalla Società italiana di Anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) e condotto in collaborazione con l'Ospedale di Rimini e le Università di Bologna, Ferrara e Chieti, non è definitivo, ma ha fatto conoscere al mondo questa metodica tutta made in Italy, dato che i caschi sono prodotti a Mirandola (Modena). La ricerca, ha interessato 109 pazienti. Ha evidenziato il professor Antonelli, direttore di Anestesia, rianimazione e terapia intensiva del Policlinico Gemelli e docente della Università Cattolica, che  l'impegno durante la pandemia è dovuto al lavoro di squadra di tutto il personale coinvolto nella assistenza dei pazienti affetti da Covid -19.

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