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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Si studia come misurare la durata della protezione alla vaccinazione anti Covid-19

Una possibile risposta su come misurare la durata della protezione alla vaccinazione anti-Covid-19, arriva da uno studio recente -condotto dai ricercatori delle Università di Verona e Trento e dalle Aziende ospedaliere IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Veneto), dell’Istituto scientifico San Raffaele di Milano e della start-up Covi2 Technologies, pubblicato su Nature Communications Medicine -  dal titolo: “Serology study after BTN162b2  vaccination in participants previously infected with SARS-CoV-2  in waves versus naϊve”.

Il team coordinato dal professor Donato Zipeto e dal professor Luca Dalle Carbonare (Università di Verona) ha studiato come il sistema immunitario risponda alla vaccinazione anti-Covid-19 e quali anticorpi vengono stimolati, confrontando persone che avevano contratto il virus, con altre che non si erano mai ammalate.

Ha spiegato il professor Zipeto: “Quando si misurano le risposte alla infezione o alla vaccinazione, tipicamente si cercano gli anticorpi IgG, cioè quelli dei test sierologici. Pochi ricercatori hanno invece analizzato altri tipi di immunoglobuline: le IgA e le IgM. Questi sono anticorpi molto diversi  dalle IgG,

A differenza delle IgG, le immunoglobuline IgA sono prodotte nelle mucose delle vie respiratorie. Le IgA mucosali  sono diverse anche perché agiscono in coppia e per questo motivo sono molto efficaci nel bloccare il virus, ma sono difficili da stimolare con un vaccino, specialmente se questo viene inoculato per via intramuscolare, dove mancano le cellule in grado di produrre IgA”. Gli autori dello studio si sono chiesti se e come il vaccino fosse capace di stimolarle arrivando alla conclusione: Lo stimolo è efficace perché le IgA compaiono subito dopo la prima dose, ma non sembrano essere in grado di bloccare il virus. In questo caso specifico, la somministrazione intramuscolare, probabilmente coinvolge un altro tipo di IgA, dette sieriche che non agiscono in coppia come quelle indotte a livello delle mucose e non sembrano in grado di bloccare efficacemente il virus.

La circostanza suggerisce che, se e quando avremo un vaccino somministrabile per via nasale (spray o aerosol), potremo, probabilmente essere in grado di sfruttare entrambi questi tipi di anticorpi: le IgA mucosali in coppia e le IgG.

Confrontando i tipi e i livelli di anticorpi prodotti dopo la prima e dopo la seconda dose del vaccino di chi aveva già avuto una precedente infezione da Sars-CoV-2 con quelli di individui che non erano mai stati infettati, lo studio ha confermato che una dose di vaccino, anche diversi mesi dopo l’infezione è sufficiente a stimolare una risposta molto efficiente, con la produzione di anticorpi in grado di neutralizzare il virus. Infatti, quando gli anticorpi scompaiono, le cellule che li producono, i linfociti B memoria, continuano a circolare e a fare il loro lavoro di sentinella del sistema, pronte ad entrare in azione al primo incontro con il virus o con la prima dose di vaccino. E’ anche verosimile che lo stesso vaccino, somministrato a soggetti che non hanno avuto la Covid, possa comportarsi nello stesso modo, stimolare una risposta protettiva che rimanga per molto tempo.

Altra osservazione preliminare, ma di grande importanza scaturita da questo studio: i dati indicano che il vaccino sembra richiamare una risposta immunitaria nei confronti di precedenti incontri con virus simili, come i coronavirus che provocano il raffreddore. La potenziale implicazione della immunità cross-reattiva ad altri coronavirus nella risposta alla vaccinazione è supportata da una caratteristica inaspettata che è emersa dallo studio: una risposta anticorpale non convenzionale, osservata in soggetti che non avevano incontrato il Sars-CoV-2.

Dopo la prima dose, la risposta immunitaria primaria classica dovrebbe generare IgM, ovvero i primi anticorpi che l’organismo produce quando incontra un nuovo agente infettivo e solo in seguito le IgG,  quasi la  metà degli individui vaccinati, produceva direttamente IgG, ma non IgM, suggerendo la presenza di una memoria immunologica pregressa, conseguente a un precedente contatto non con il Sars-CoV-2, ma con virus simili.

Gli anticorpi IgA sono prodotti a livello del tessuto linfoide associato alle mucose (MALT) del tratto digerente e respiratorio, con una capacità di proteggere dal coronavirus che sarebbe superiore rispetto alle IgG. Inoltre, la vaccinazione diretta della mucosa nasale favorirebbe il lavoro dei linfociti B e T: queste cellule producono anticorpi di lunga durata e diventano elementi della memoria residente nelle vie aeree superiori.

In sintesi, mentre i vaccini intramuscolari stimolano la produzione di Immunoglobuline (IgG) sieriche, la vaccinazione nasale stimola la sintesi di Immunoglobuline A (IgA) come l’infezione naturale. La disponibilità di un vaccino spray consentirà di avere un rimedio più efficace, non solo contro la malattia, ma anche contro l’infezione, poiché capace di bloccare la replicazione virale.

Si studia come misurare la durata della protezione alla vaccinazione anti Covid-19

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