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A cura di dottoressa Rosanna Cesena

Un farmaco potrebbe rallentare il deterioramento cognitivo dell'Alzheimer

Una cura di recente introduzione dovrebbe essere in grado di ritardare gli effetti della malattia

Una cura di recente introduzione dovrebbe essere in grado di ritardare gli effetti della malattia di Alzheimer. Si tratta dell’anticorpo monoclonale Aducanumab prodotto dalla Azienda Biogen che riesce a rimuovere completamente, a livello del sistema nervoso centrale, i depositi della proteina amiloide, una sostanza coinvolta nel processo che porta alla distruzione di parti del cervello ed è alla base della malattia stessa.

La FDA (Food and Drug Administration, Agenzia Americana del Farmaco), ha approvato, di recente, questo farmaco, che potrà essere somministrato nelle fasi precoci della malattia e rallentare il declino cognitivo.

Ci aspettiamo di vedere qualche risultato dal punto di vista dello stato generale ed in particolare sul deterioramento cognitivo”, ha dichiarato il professor Giulio Masotti, Presidente onorario della Società italiana di Gerontologia e Geriatria.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le persone che potranno essere colpite dalla malattia di Alzheimer, nei prossimi decenni, saranno superiori a 115 milioni.

Questa malattia, neurodegenerativa, osservata per la prima volta nel 1906 dal medico tedesco Alois Alzheimer in una paziente di 51 anni, si qualifica per il progressivo decadimento delle funzioni cognitive.

Inizia a manifestarsi con problemi di memoria, disorientamento, confusione, difficoltà nel portare a termine gli impegni quotidiani, nel parlare, nello scrivere e con cambiamenti di umore.

Caratteristica dei pazienti è la presenza di ammassi neuro fibrillari e placche amiloidi a livello cerebrale; è partendo da questa evidenza che negli anni si sono sviluppate diverse strategie mirate ad evitare l’accumulo di queste proteine.

Aducanumab avrebbe il ruolo di sequestrare e distruggere le beta amiloidi, riducendo i danni cerebrali associati e permettere di incidere sui meccanismi della patologia.

Oltre ai sintomi, indagini diagnostiche come la PET può fornire una fotografia dell’accumulo iniziale di proteine anomale nel cervello.

La malattia si può prevenire

In un caso su tre l’Alzheimer si può prevenire, lo sostiene un rapporto pubblicato sulla autorevole rivista scientifica “The Lancet”.

Gill Livingston, psichiatra specializzata sulle demenze presso l’University College London, ha analizzato, con i colleghi una ampia letteratura sul tema e sviluppato un modello che mostra come i diversi stili di vita adottati a varie età possano ridurre il rischio di deterioramento cognitivo negli anziani.

I fattori preventivi individuati sono: una maggiore istruzione giovanile, l’esercizio fisico, una vita socialmente attiva, eliminare il fumo, ridurre il consumo di alcol, contrastare la perdita di udito. Ciascuno di questi accorgimenti può ritardare o prevenire l’insorgenza di demenza senile.

I fattori di rischio, condizioni che possono favorire, ma non necessariamente causare la malattia sono: la familiarità, il diabete, la depressione, l’obesità, l’ipertensione e lo stress. Esistono fattori ambientali che possono avere un ruolo importante nella insorgenza della demenza, come ad esempio traumi cranici o l’esposizione a sostanze tossiche (alluminio, idrocarburi aromatici, polveri). Le polveri fini ed ultrafini possono passare dalle narici lungo i percorsi neurali, arrivare direttamente al cervello e causare o accelerare la spirale di malattie degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson. L’età rimane al primo posto, soprattutto tra i 75 e gli 85 anni.

Fattori di rischio genetici

Una percentuale molto piccola di persone con malattia di Alzheimer (5-7%) soffre della FAD (Familial Alzheimer’s disease, la forma familiare). Alcuni geni mutati hanno sviluppato caratteristiche anomale che causano la FAD, lo sostiene una ricerca del professore di Scienze biologiche Chunyu Wang del Rensselaer Polytecnic Institute (Usa).

Il segno distintivo della FAD è l’accumulo del peptide amiloide beta 42 in concentrazioni insolitamente alte all’interno del cervello. Questi geni ereditati hanno una forte influenza: se un genitore ha FAD, ogni bambino ha una probabilità del 50% di ereditare la malattia e in due genitori con FAD, i figli svilupperanno la malattia in età adulta. Altro fattore di rischio genetico è rappresentato dalla variante genica APOE (Apolipoproteina E). Questa variante infatti, altera il metabolismo dei lipidi nei neuroni e negli astrociti (le cellule cerebrali che alimentano i neuroni) e riduce notevolmente l’attività della microglia, la cui principale funzione è la rimozione delle proteine amiloidi di scarto. A scoprire il collegamento tra il fattore di rischio APOE e l’Alzheimer è stato un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, con sede a Cambridge (Usa). Il gene APOE è un importante fattore di rischio genetico per la forma sporadica (di tarda insorgenza) della malattia di Alzheimer. Nella popolazione generale circa l’8% delle persone ha APOE2, il 78% APOE3 e il 14% APOE4. Ma, nelle persone con Alzheimer tardivo la percentuale di quanti hanno il gene APOE4 è ben più alta, il 37%. L’Alzheimer tardivo rappresenta il 95% dei casi, mentre l’Alzheimer familiare che ha insorgenza precoce, prima dei 60 anni, ne rappresenta solo il 5%. Delle tre varianti del gene APOE, l’APOE4 è associata a un maggiore rischio. Se una persona ha la coppia di geni APOE, avrà il rischio di sviluppare l’Alzheimer tre volte maggiore del normale. Le persone che hanno entrambi gli APOE della variante 4, la metà svilupperanno la malattia di Alzheimer, con esordio dopo i 65 anni.

Un farmaco potrebbe rallentare il deterioramento cognitivo dell'Alzheimer

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