«Oggi come allora siamo in guerra e piangiamo vittime. A tutte va l'abbraccio di una folla che non può essere presente»

In una piazza Cavalli deserta per il coronavirus, le parole del sindaco Patrizia Barbieri nel 75° anniversario della Liberazione e del prefetto Maurizio Falco

Foto Pagani

Le celebrazioni del 25 aprile al tempo del coronavirus hanno imposto la celebrazione in una surreale piazza Cavalli completamente deserta. «Un anno fa, tra i tanti concittadini riuniti nel cuore di Piacenza per onorare la memoria e il significato del 25 aprile, iniziavo il mio discorso rievocando le piazze gremite in quella storica giornata di primavera del 1945, quando le campane risuonarono a festa in tutta Italia e poterono dissolversi, nell’abbraccio gioioso di un popolo intero, la devastazione e la sofferenza della guerra, il silenzio imposto dalla paura, il peso dell’oppressione e della violenza» ha esordito il sindaco e presidente della Provincia Patrizia Barbieri nel suo discorso. «Le tragiche circostanze che purtroppo ben conosciamo - ha detto - ci costringono a celebrare il 75° anniversario della Liberazione nel raccoglimento di una piazza deserta e silente. Oggi più che mai avremmo bisogno di vivere le emozioni della Festa, scendere nelle strade e ritrovarci in un abbraccio liberatorio. Ma questa cerimonia, per quanto diversa possa apparirne il volto, non perde certo il proprio significato più profondo, che diventa, se possibile, ancor più forte e attuale». 

Ha proseguito: «Mi tornano alla mente, a questo proposito, le riflessioni che la senatrice Liliana Segre ha rivolto a una platea di giovani studenti ricordando, qualche tempo fa, la libertà di pensiero che non l’ha mai abbandonata durante la sua tragica esperienza di reclusione nei campi di sterminio: “Il mio corpo è stato prigioniero, ma la mia mente ha sempre volato”. Mai come ora, possono essere le nostre emozioni e la nostra volontà di condivisione a farci superare la distanza e l’isolamento, facendo sì che il sacrificio dei nostri Caduti si imponga come presenza toccante e autentica in questa assenza».
 
«Oggi, volgendo lo sguardo al Tricolore che adorna i nostri palazzi, o inchinandoci di fronte ai nomi incisi nel marmo delle lapidi commemorative, la commozione e la consapevolezza che ci colgono non conoscono distinzioni, così come l’orgoglio per quella Medaglia d’Oro al Valor Militare di cui Piacenza è stata insignita per il sacrificio di tanti suoi figli. A ognuno di loro, in questo istante, vanno il nostro pensiero e la nostra gratitudine, l’abbraccio di una folla che non ha potuto essere presente e l’eloquenza del silenzio. Perché le parole non bastano, talvolta, a esprimere il dolore per ciò che è stato, ma possono aiutarci – facendo riecheggiare in questa piazza l’amore per la libertà e i fondamenti della nostra democrazia – a colmare il vuoto che sentiamo dentro e intorno a noi».

«Più volte, in questi due mesi, ho affermato che siamo in guerra. Perché come in guerra si muore, perché come in trincea lottano – con infaticabile dedizione e spirito di servizio, con coraggio e senza risparmiarsi – tutti coloro che operano in prima linea a tutela della collettività, assistendo chi è malato, continuando a garantire un fondamentale presidio del territorio. E’ a tutti loro che oggi vorrei dedicare questa festa, perché la loro etica professionale, l’umanità e il coraggio di cui danno prova ogni giorno rendono onore ai valori e ai princìpi fondanti della Resistenza; nonché all’esempio dei tanti medici e infermieri che, in quegli anni, fecero una precisa scelta di responsabilità e umanità, pagandola anche con la propria vita. Anche nel loro nome, oggi rendiamo l’omaggio commosso e partecipe di Piacenza al sacrificio di una generazione – quella che più di ogni altra il virus sta strappando al nostro affetto – che ci ha tramandato quei valori di pace e di libertà che è nostro compito rinnovare, come guida del nostro cammino e insegnamento per i nostri giovani. Viva l’Italia libera e democratica e, lasciatemelo dire con più forza e commozione che mai, viva Piacenza». 

Alla cerimonia ha partecipato, portando un suo contributo, anche il presidente dell'Anpi di Piacenza Stefano Pronti. «L’esercizio del coraggio nel dolore - dice il prefetto Maurizio Falco nel suo discorso - ci ha sicuramente rafforzato come cittadini e come comunità, ci ha reso allo stesso tempo più consapevoli della nostra vulnerabilità e della nostra forza, ricordandoci che l’unica formula efficace nelle situazioni di emergenza è la unità nella solidarietà. Oggi come allora, tutto quello che abbiamo vissuto comporterà approfondite riflessioni: che saranno utili soprattutto se rivolte all’individuazione di nuove soluzioni, organizzative e sociali. Non certo se si limiteranno alla ricerca di colpevoli o al consolidamento di visioni conflittuali e di contrapposizioni». «È dunque giusto non dimenticare il sacrificio dei nostri anziani - ha proseguito - che allora hanno combattuto contro un nemico che era chiaro e palesemente liberticida, esaltandone quel sacrificio che ha poi regalato, tra mille difficoltà, 80 anni di travagliata ma indiscussa pace per il nostro continente. Tanti di loro, sopravvissuti, hanno conosciuto in questi giorni una tragica fine per questa nuova sciagura. Ma il ricordo di quella Liberazione, per essere perenne, deve poter evidenziare il riscatto di tutti, tra cui i vecchi nemici diventati oggi alleati e possibili co-artefici della nostra nuova rinascita.

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