A Colla di Brugneto è nata la collana “L’isola è per sempre”, quaderni di cultura della montagna

Il primo quaderno riporta la bibliografia dei volumi di Dina Bergamini e saggi di Giampaolo Nuvolati, Sergio Campodall’orto, Maurizio Caldini e Graziella Sibra

L’ampia sala a piano terra  dell’edificio che dagli anni Trenta e Settanta del secolo scorso era sede della scuola elementare (con al piano superiore l’alloggio della maestra),  dallo scorso anno, per iniziativa della professoressa Graziella Sibra, è sede della Biblioteca dell’Appennino. Vi si trovano libri, ma anche opportunità per analizzare l’ambiente della montagna e cercare posizioni di equilibrio tra la conservazione e l’accettazione/negoziazione rispetto ai mutamenti in corso. Va in questa direzione “L’isola è per sempre” il primo Quaderno sulla cultura dell’Appennino, con connotazioni tutte particolari: la cultura del passato, del presente, quella… sperata del futuro.

Il “Quaderno 2015 si apre con il catalogo dei sette libri scritti da Dina Bergamini con Paolo Labati, oltre a “Ricordi di scuola tra passato e presente”. “La maestra Dina” per diversi decenni ha insegnato non solo a leggere e fare di conto ma ha dispensato e trasmesso rispetto per le tradizioni, amore per il territorio, passione per il lavoro a tanti alunni della sua “isola”, il territorio tra Marsaglia e Bettola in sintonia e in rapporto diretto con gli abitanti. Sono particolarmente felice di questa bella iniziativa avviata dalla prof. Sibra – ha detto la maestra scrittrice – perché mette in luce i problemi della montagna partendo dall’esperienza di persone che, in ruoli diversi, conoscono la serietà e le conseguenze dell’abbandono della montagna. Mi sono battuta e mi batto per rivalorizzare la cultura di un passato in cui la lungimiranza, la saggezza, l’esperienza di montanari, abituati a confrontarsi con le risorse del territorio, regolavano la vita di piccoli paesi che traevano le risorse per il sostentamento delle famiglie dalla terra, dalla stalla, dal pollaio, dall’orto, e nella condivisione del poco, che era di tutti, veniva assicurata la serenità nel quotidiano e la speranza verso il futuro. Occorre esaminare la trasformazione troppo veloce che per varie ragioni, soprattutto l’emigrazione dei montanari verso le terre dell’industrializzazione, ha cambiato le caratteristiche del territorio: le distese di terre coltivate a prato e a cereali hanno ceduto il posto a terreni incolti ricoperti di sterpaglie, i prati verdeggianti, dove pascolavano mandrie di bovini, sono oggi distese di rovi che impediscono il passaggio anche ai cercatori di funghi.

Il “Quaderno 2015” pubblica anche quattro stimolanti e appassionati contributi: Maurizio Caldini racconta la profonda nostalgia da chi ha vissuto l’abbandono dell’Appennino. È un’isola senza confini perché i sentimenti si portano sempre dentro e in qualsiasi luogo. Graziella Sibra appassiona con un racconto sull’isola ritrovata nell’abbraccio di un amico rimasto ad aspettarla da più di trent’anni e … sul quale non spendiamo una parola per non svelare l’inaspettato, poetico finale.

Il sociologo Giampaolo Nuvolati riporta i sognatori con i piedi per terra senza tuttavia spegnere il coraggio di tentare, di ripartire per dare ossigeno a un territorio che per tanti anni, col sudore, la fatica di montanari coraggiosi e solidali ha sostenuto molte famiglie e, nella visione delle possibilità offerte oggi dal progresso tecnologico, ha ancora tanto da dare. L’articolo dimostra quanto le profezie vadano prese con le molle:

“Alvin Toffler  negli anni ’70 in un famoso testo The Third Wave: The Classic Study of Tomorrow, New York, Bantam, dichiarava la morte della città. In base a questa profezia, in seguito ai processi in atto di contro urbanizzazione e alla probabile diffusione del telelavoro, molte persone se ne sarebbero andate a vivere in campagna, lontano dalla città. Sappiamo che così non è stato, se le persone se ne sono andate dalla città è perché sono andate ad abitare nell’hinterland, nella cosiddetta città infinita. La montagna (anche quella appenninica) come noto non ha nel frattempo smesso di perdere popolazione e quella che resta invecchia sempre più. Coltivare i campi, vivere di fatiche quotidiane lavorando la terra non si addice al cittadino. I neo-rurals – la borghesia ambientalista e romantica (e un poco naif) che decide di mollare tutto e trasferirsi in città – non hanno certo compensato le ambizioni dei contadini di veder studiare e lavorare i propri figli in città….“

Messaggi di speranza vengono dal saggio di Sergio Campodall’Orto, che nell’articolo “Si può fare” racconta l’esperienza di un nuovo insediamento in montagna, proponendo l’esperienza vera di Tommy e Angela che, innamorati delle bellezze locali hanno spinto lo sguardo oltre le difficoltà di un inserimento difficile e da Cremona sono arrivati a Casatelsottano dove hanno fissato le radici del loro futuro.

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“L’esperienza delle Cascinelle induce però anche ad alcune considerazioni più generali. Innanzitutto che si possa tentare di invertire il percorso di depauperamento che ha caratterizzato le alti valli appenniniche; rafforza la speranza che sia possibile far rivivere i luoghi un tempo abitati con decine e decine di persone. Non è certo la risoluzione di tutti i problemi del territorio ma è certamente un primo gradino sulla strada del cambiamento. Non può essere, infatti, solo l’agricoltura a consentire l’inversione di tendenza ma può esserlo se viene unita a tutte le opportunità che l’ambiente consente: dal grande apporto che potrebbe venire dal turismo, dai servizi per i residenti, dalle start up sociali, ai prodotti alimentari".

Dallo stesso articolo:

“Ciò può essere ottenuto attraverso il diretto coinvolgimento dei non residenti (come i possessori di case spesso ereditate) e dei cosi detti turisti. Questi due soggetti possono essere una importante risorsa per tutti i territori appenninici. Sono i testimonial della qualità dell’ambiente e delle sue opportunità, dal cibo ai luoghi naturali. Sono coloro che conservano le case esistenti e ne impediscono un degrado poi irrecuperabile, eppure la loro voce non viene adeguatamente ascoltata e vengono considerati più dei bancomat che una opportunità”.

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