Cronaca

«Abbiamo imparato che solo insieme si possono superare gli ostacoli più alti. Continuiamo a lottare con tenacia»

Il messaggio del sindaco Patrizia Barbieri a un anno dall'inizio del Covid a Piacenza: «Mi torna alla mente il peso di decisioni necessarie e improrogabili»

Il sindaco Patrizia Barbieri

Per ricordare il primo anno dall'arrivo del Coronavirus anche a Piacenza, il sindaco Patrizia Barbieri interviene con un lungo messaggio personale. Lo riportiamo integralmente 

Il silenzio nelle strade, nelle piazze deserte. Il suono costante delle sirene. Gli occhi degli operatori sanitari e di tutti i volontari dietro le divise protettive. Sono tanti, se ripercorro il cammino di quest'anno così difficile, i frammenti che compongono il mosaico dell'emergenza sul nostro territorio.
Ma è innanzitutto nella dignità e nella compostezza del dolore che ho riconosciuto la forza della comunità piacentina, all'improvviso colpita al cuore nel più inatteso dei modi. 

Sembrava così distante, la pandemia. Un problema globale, che in quel 21 febbraio di dodici mesi fa si è invece palesato sulla soglia di casa nostra travolgendo  gli affetti, le relazioni, la solidità del nostro tessuto economico e produttivo, i progetti a lungo termine e i grandi, piccoli eventi che avrebbero dovuto caratterizzare il 2020 come il simbolo di una rinascita, nel segno della bellezza e della cultura.
Anch'io, come tantissimi concittadini, ho pianto la scomparsa di amici e persone che rappresentavano un punto di riferimento non solo nel mio ruolo istituzionale, ma ancor prima sotto il profilo umano. Mi sono scoperta vulnerabile quando il virus mi ha attaccato, fragile nella paura per la mia famiglia e nella prova durissima di un isolamento prolungato, ma consapevole di aver potuto contare ad ogni passo sull'affetto e sul sostegno di una squadra. Costituita, di volta in volta, dai colleghi con cui condivido l'impegno politico e amministrativo in ambito locale e regionale, dalle istituzioni e dagli enti chiamati a coordinare gli interventi sotto l'egida della Prefettura, dalle associazioni di categoria e dal mondo del volontariato. Dalle donne e dagli uomini che – in comparti diversi, ma ciascuno con abnegazione e spirito di servizio per cui sarò sempre riconoscente – non hanno mai abbandonato la prima linea, anche nelle fasi più critiche. Da tutti coloro la cui generosità ha tratteggiato il volto più autentico della coesione e di una solidarietà sincera.

Più volte ho ribadito, ma sento che è fondamentale ripeterlo, come questo sia l'insegnamento più prezioso che dobbiamo e possiamo trarre dall'esperienza devastante del Covid: la consapevolezza che solo insieme si possono superare gli ostacoli più alti. Non dimenticherò mai le lettere, le telefonate, i messaggi di chi si è rivolto a me per chiedere aiuto in quei mesi, l'urgenza di non sentirsi soli che ho percepito in ogni singolo appello. La voce incrinata  di chi non aveva più notizie del marito trasferito d'urgenza in un ospedale lontano, la disillusione e il senso di abbandono di chi ha visto sgretolarsi attività costruite con passione e dedizione totale nel corso degli anni, il buio che ha avvolto chi non ha potuto prendersi cura dei propri cari nella malattia.
Nessuno di noi ha potuto sentirsi immune, completamente al riparo. Non solo dal virus, ma dalle sue conseguenze. 
Mi torna alla mente il peso di decisioni necessarie e improrogabili, come il blocco delle visite nelle case di riposo o la sospensione delle attività nei centri diurni, per i nostri anziani e per le persone disabili. Ma anche il disagio di bambini e ragazzi costretti a rinunciare alla quotidianità della scuola e alla socialità, dei giovani universitari che hanno dovuto sospendere progetti e percorsi di vita. Mi sono sentita profondamente vicina a ciascuno di loro.
Ci sono stati momenti in cui ho pensato che questa sfida fosse troppo grande per noi, vedendo sfilare in altre città d'Italia la processione muta ed eloquente dei camion militari. Una ferita che abbiamo potuto risparmiare a Piacenza grazie agli sforzi congiunti con l'Esercito, il cui lavoro infaticabile per allestire l'ospedale da campo resta uno dei simboli più significativi che ci portiamo dentro. Ed è questo, che oggi voglio sottolineare ancora una volta: non abbiamo mai smesso di lottare perché si potesse ricominciare.

Continuiamo a farlo con responsabilità, con tenacia. Con amore. Pensando innanzitutto ai nostri giovani, dai cui sogni e dalle cui aspirazioni il piano per la ripartenza non può prescindere. Abbiamo bisogno di guardare al futuro attraverso i loro occhi, come segno di incoraggiamento per loro e per tutti noi: solo così potremo innovare, crescere e costruire, con progettualità di altro profilo che ci permettano di investire non solo sul territorio, ma in primo luogo sulle persone.

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