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Abuso d'ufficio, medico legale assolto con formula piena: il fatto non costituisce reato

Si è chiuso nel migliore dei modi il processo a suo carico per Novella D'Agostini, il medico legale piacentino che era accusato di abuso di ufficio per la violazione delle norme sul compenso del perito relativamente ad alcuni certificati necroscopici effettuati negli anni scorsi

Mentre sorrideva, le scendevano le lacrime. La gioia per l’assoluzione si è diluita nella fine della tensione, per Novella D’agostini, medico legale assolta, oggi 30 giugno, dal Tribunale dall’accusa di abuso d’ufficio. «Il fatto non costituisce reato» ha detto il presidente del Collegio Italo Ghitti, che con i colleghi Gianandrea Bussi e Maurizio Boselli, ha concluso il processo. Il pm Michela Versini, nella scorsa udienza, aveva chiesto la condanna a un anno e otto mesi.

«Sono felice - ha commentato D’Agostini subito dopo la lettura del dispositivo della sentenza - perché questo mi dà la fiducia di nuovo di credere nella giustizia, ma soprattutto perché il tribunale ha creduto in me. Non sono una delinquente, né lo sono mai stata. E’ stata riconosciuta la mia buona fede». Il medico era accusato, sulla base del regolamento di polizia mortuaria - un testo sconosciuto quasi a tutti, chiuso in qualche cassetto e non affisso né fatto conoscere a chi ci dovrebbe lavorare, come ha sottolineato l’avvocato Cosimo Pricolo, uno dei difensori - di aver fatto pagare le certificazioni necroscopiche ai parenti dei defunti. L’inchiesta era partita dopo che una persona aveva telefonato in procura per chiedere se fosse stato giusto il compenso per quei documenti. Il sostituto procuratore Versini aveva svolto le indagini e chiesto il rinvio a giudizio. Oggi in aula, assente Versini, era presente il procuratore capo Salvatore Cappelleri.

La parola era alla difesa. Il primo a intervenire è stato l’avvocato Simone Marconi. «Questo processo nasce da un equivoco - ha esordito Schermata 2015-06-30 alle 18.36.28-2Marconi - e cioè dalla comunicazione che il medico era stato pagato per l’autopsia. Ma non si trattava di un’autopsia, era un certificato necroscopico». Già nel 2013 si era presentato questo “equivoco”, era stata aperta un’inchiesta che era poi stata archiviata. Secondo l’accusa, la certificazione di morte, quella necroscopica e altre non rientrano nell’attività commissionata dalla procura. La procura affida solo l’incarico autoptico, per il quale non è dovuto nulla.

Non c’è mai una norma specifica di legge che chiarisca il tema del pagamento, non è stata trovata, ha detto il legale. Il medico deve compilare il modello Istat (decesso e causa di morte) e questo non è un atto indicato dalla procura, e così per il certificato necroscopico. Il regolamento di polizia mortuaria indica i tempi della visita tra le 15 e le 30 ore dal decesso e la certificazione deve essere rilasciata da altri funzionari, non da chi è stato incaricato dalla procura. Insomma, il certificato è escluso dai compensi per gli incarichi dati dalla procura.

Sulla liceità del pagamento - per ogni certificato, D’Agostini rilasciava la ricetta - per Marconi non ci sono dubbi. «Quei certificati sono obbligatori, ma il fatto che lo siano non comporta che siano gratuiti. E questo si desume dal decreto del presidente del Consiglio, del 2001, sulle certificazioni mediche per la salute collettiva». Inoltre, Marconi ha ricordato anche alcuni testimoni hanno detto che altri medici avevano chiesto il pagamento in precedenza». Poi, la toga ha sottolineato la buona fede di D’Agostini: prima si è confrontata sugli aspetti legali del pagamento con i pm Antonio Colonna e Ornella Chicca, ha chiesto spiegazioni all’Ordine dei medici e quando è stata indagata ha portato in procura tutte le ricevute fiscali: «Se uno vuole commettere un reato non si confronta prima con i pm!».

Schermata 2015-06-30 alle 18.36.18-2 Pricolo, invece, ha affrontato la parte del diritto legata all’abuso di ufficio. La difesa è cominciata con una domanda: «Cosa spinge un medico che ha sempre lavorato con onestà, rispettando le leggi, a mettere a repentaglio la propria vita e la professione per pochi euro?». In totale, D’Agostini avrebbe incassato dai certificati 800 euro. Quando si sospese dall’Ordine, ha ricordato il legale, il medico venne anche cancellato dall’albo dei periti (con ripercussioni sul suo lavoro). Pricolo ha poi puntato il dito contro il regolamento di polizia mortuaria: «Il pm dice che il medico avrebbe dovuto conoscere le leggi. Ma quel regolamento non è affisso nei cimiteri, non ne è stata inviata una copia all’Ordine dei medici, e i testimoni, quasi tutti impresari di pompe funebri, hanno detto di non conoscerlo. E’ un regolamento “clandestino”». Al termine, Pricolo ha chiesto l’assoluzione. Una richiesta accolta dai giudici.  Il pubblico ministero Michela Versini aveva invece chiesto, al termine della sua requisitoria, una pena di un anno e otto mesi.

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