Appropriazione indebita, indagati quattro membri della Comunità Islamica

Appropriazione indebita aggravata. Con questa ipotesi di accusa, la Procura ha iscritto nel registro degli indagati quattro membri della Comunità Islamica di via Caorsana. L'apertura dell'inchiesta arriva dopo l'esposto che un gruppo di soci ed ex soci dell'associazione ha presentato nel marzo 2016, alla procura della Repubblica, sulla gestione economica, secondo loro, non trasparente

Un momento di preghiera nel centro di via Caorsana

Appropriazione indebita aggravata in concorso. Con questa ipotesi di accusa, la Procura ha iscritto nel registro degli indagati quattro membri della Comunità Islamica di via Caorsana. L’apertura dell’inchiesta arriva dopo l'esposto che un gruppo di soci ed ex soci dell'associazione ha presentato nel marzo 2016, alla procura della Repubblica, sulla gestione economica, secondo loro, non trasparente. La Procura ha così aperto un fascicolo, ipotizzando il reato di appropriazione indebita, indagando le quattro persone come atto dovuto. A coordinare l’indagine dei carabinieri è il sostituto procuratore Roberto Fontana. All'esposto sarebbero stati allegati tutti i documenti «che proverebbero come cospicui fondi provenienti dal Qatar dal 2010 al 2014 siano poi stati girati, almeno in parte, e con bonifici senza causale, ad altri centri», aveva sostenuto il gruppo di quelli che ormai vengono chiamati “dissidenti”, in una conferenza stampa il 15 aprile 2016.  La risposta del direttore del centro, Yassine Baradai non si era fatta attendere: «Vorrei capire su che basi queste persone sostengono la loro tesi, la Guardia di Finanza ha effettuato diversi controlli e per loro tutti i bonifici e i movimenti sono regolari. Nelle assemblee, vengono sempre mostrati i bilanci approvati anno per anno e non abbiamo nulla da nascondere». Successivamente, il 24 maggio in via Caorsana, era stata organizzata una cena di gala alla quale, oltre a tutte le massime autorità economiche e militari della città, avevano partecipato anche i membri della Fondazione Qatar Charity, che in massima parte ha contribuito alla costruzione del centro, il principe sceicco Khalifa Ben Abdelaziz Al Thani, Hamad Bin Nasser Al Thani, ex-ministro degli interni e attuale segretario generale del Consiglio dei ministri dello stato del Qatar, e il principe sceicco Meshael Bin Salman Bin Jassim Al Thani. In quell'occasione avevano dichiarato: «Queste comunità sono cittadelle di trasparenza, ben riconoscibili e conosciute dalle autorità e dalla società che non ha nulla da temere perché le nostre porte sono sempre aperte». E' invece del 13 giugno la notizia che la direzione della Comunità ha pubblicato on line tutti i bilancio dell'associazione dal 2010. «Questo passaggio, purché non necessario, né per legge né per prassi, porta la Comunità islamica piacentina ad acquisire il primato nella trasparenza tra le altre comunità islamiche italiane. Se nulla abbiamo da nascondere, non può che essere un gesto di ulteriore trasparenza e responsabilità nei confronti dei nostri aderenti, delle Istituzioni e dei nostri concittadini», aveva commentato il presidente, Mohamed Nassor. Negli ultimi giorni, il 5 e l'8 luglio, le forze dell'ordine erano state costrette ad intervenire al centro per riportare la calma tra alcuni dissidenti, non graditi e già espulsi, sostiene Baradai che, invece dicono loro, volevano solo prendere parte alla preghiera senza voler creare problemi. Sempre il direttore aveva poi dichiarato: «D'ora in avanti adotteremo una linea dura, non possiamo più tollerare questo tipo di affronti». La Procura della Repubblica ora sta indagando per capire se e cosa ci sia effettivamente di vero nell'esposto presentato.

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