Bimbo morto a Mortizza, chiesta la condanna del presidente della coop

Il pm: un anno per omicidio colposo. La difesa e il legale della cooperativa: «Non ci sono prove, non si sa di che cosa sia morto il bimbo di 4 anni trovato sulle scale del bagno. Nessuna folgorazione». Ma la parte civile insiste: «C’è stata dispersione di corrente e un’altra bambina aveva preso la scossa». La sentenza in aprile

Il luogo della tragedia

Va condannato a un anno, è responsabile della morte di quel bimbo. No, va assolto perché non c’è alcuna prova che quel bambino sia morto folgorato. E’, in sintesi, quanto accaduto il 17 febbraio nella discussione finale del processo al presidente di una cooperativa accusato di omicidio colposo per la morte di un bimbo di quattro anni, avvenuta la sera del 16 luglio 2016 a Mortizza. Il pm Monica Bubba ha chiesto la condanna a un anno di reclusione per Giuseppe Dossi, presidente della “Mortizza società cooperativa”. Il difensore di Dossi, l’avvocato Alessandra Salvadè, invece ha chiesto l’assoluzione perché non ci sono le prove che la morte fosse dovuta a una folgorazione per l’impianto difettoso. Anche l’avvocato Antonio Trabacchi, responsabile civile della cooperativa, ha sostenuto che quel bambino non sia deceduto a causa di una scossa elettrica. Di parere opposto, invece, l’avvocato Vittorio Benussi, che rappresenta quattro parti civili (i famigliari del piccolo). Secondo Benussi, la responsabilità c’è e dimostra che la dispersione c’era perché una settimana prima un’altra bambina era stata raggiunta dalla corrente proprio nello stesso posto. L’udienza, durata quasi tre ore, ha visto in aula la famiglia del bimbo che, con compostezza, ha assistito al processo. Il piccolo Mauricio, 4 anni, perse la vita durante una festa di compleanno che si stava svolgendo alla coop di Mortizza nel 2016. Il corpo del piccolo, di origini ecuadoriane, venne trovato da altri bambini che stavano giocando. Il bimbo era sulle scale metalliche del bagno. Anche una 12enne disse di aver preso la scossa: fu visitata al pronto soccorso, ma non le venne riscontrata alcuna lesione da folgorazione. Durante il processo vennero svolte alcune perizie, ma quella ordinata dal giudice concluse che non c’erano malformazioni cardiache, anche se sarebbero stati necessari altri esami - una indagine molecolare - per spiegare la morte improvvisa. Anche la perizia della procura non riscontrò segni esterni e interni riconducibili a una scossa, ma concluse affermando che c’erano elementi circostanziali (cioè il bagno non a norma e la presunta dispersione) i quali non escludono l’ipotesi della folgorazione. Per la difesa, invece, mancavano gli esami per capire la causa dell’arresto cardiaco.

In questo processo, ha esordito Salvadè, non era importante capire le cause della morte del bimbo, ma trovare un colpevole. Fin da subito, ha continuato l’avvocato, sulla stampa l’opinione pubblica si è fatta l’idea della folgorazione. Ma gli indizi fin da subito portavano da un’altra parte. Salvadè ha citato un poliziotto che aveva parlato con la dottoressa del Pronto soccorso la quale non menzionò la folgorazione, ma parlò di cause ignote. Sul bimbo non vennero trovati segni, così come sulla bambina di 12 anni che sarebbe stata colpita dalla corrente poco dopo. Nessuno vide cosa accadde al bimbo, che aveva le scarpe con le suole di gomma e quindi isolanti, ma il suo copro venne visto già accasciato sulle scale. Nonostante questo, ha scandito Salvadè, le indagini non ricercarono la verità, ma solo la conferma di voci. L’avvocato elenca: la polizia è arrivata ore dopo, alle 9 del mattino gli investigatori “tirano qualche nastro”, l’impianto di amplificazione - si parlò di un cavo scoperto - era sparito … «una indagine condotta con leggerezza». Dossi, ha concluso, non mente, non sapeva dell’altra bambina che avrebbe preso la scossa. E ancora: nel bagno la luce era accesa, l’acqua scorreva, ed era stato usato da decine di persone quella sera. Dossi ha sempre aiutato gli altri, era disponibile «quando non c’erano i soldi pagava di tasca sua, si è cercato di offuscare la sua credibilità».

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Al contrario, Dossi è responsabile secondo la parte civile. L’avvocato Benussi ha ricordato che tutti sapevano di quella festa con 200 persone e Dossi aveva preso accordi. Inoltre, già da venerdì nel container che ospitava il bagno c’era un cartello con la scritta “guasto” e una bambina aveva detto che giorni prima aveva preso la scossa. E la sera della tragedia, un’altra bambina di 12 anni aveva preso la scossa, ma essendo fisicamente più forte aveva resistito. Benussi ha rincarato: quel locale non era a norma con l’impianto elettrico e mancava addirittura il salvavita. Il bimbo è morto sulla scaletta a causa della dispersione di corrente. Quel piccolo, come è stato detto dai medici, era sano. Dossi è il responsabile e si giustifica. Ma lui ha messo il cellophane sul corrimano lui ha sostenuto che il bagno non si poteva usare perché intasato. Benussi, al termine, si è associato alla richiesta di condanna del pm e ha poi chiesto un risarcimento a nome della famiglia del bimbo. Infine, Trabacchi (responsabile civile della cooperativa) ha iniziato l’arringa sostenendo che «il bimbo non è morto per la scossa. E’ stata una morte improvvisa. La dispersione di corrente è tutta da provare, perché quel bagno è stato usato dalle 16 alle 20 da un centinaio di persone. La folgorazione non esiste». Secondo Trabacchi, si sa poco di ciò che è realmente accaduto e la causa di quella morte è «indeterminata». La cooperativa è esente da resposnabilità. Il processo è stato rinviato ad aprile, per eventuali repliche e per la lettura della sentenza.

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