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a destra Gianpiero Maracchi

a destra Gianpiero Maracchi

Cambiamenti climatici: per Maracchi è fondamentale recuperare l’agricoltura ed il mondo rurale

Gianpiero Maracchi presidente dell'Accademia dei Georgofili al Palazzo dell'agricoltura per una conferenza su "Cambiamenti climatici e agricoltura"

Che il clima sia cambiato è un dato di fatto. Molteplici le cause (emissioni dei gas effetto serra, tecnologie legate al petrolio ecc), ma modificare si può, soprattutto attraverso una rigenerazione dell’agricoltura e del mondo rurale ed offrendo a questo fondamentale settore, un reddito ragionevole. Così il Presidente dell’Accademia dei Georgofili prof. Giampiero Maracchi ha concluso il suo intervento all’incontro svoltosi al Palazzo dell’Agricoltura e dedicato ai "Cambiamenti climatici e agricoltura", un argomento di stringente attualità promosso dal prof. Piero Cravedi membro di Consiglio per la Sezione Centro Est della prestigiosa Accademia  fiorentina.

“Si sta modificando la grande circolazione atmosferica – ha spiegato Maracchi - e quindi l'intensità e la posizione dei centri climatologici importanti, come le alte pressioni. Il Mar Mediterraneo si riscalda sempre più. Tutti fenomeni sono a base di energia, dinamici e coinvolgono tutta la circolazione globale. Così per le quantità anamola di acqua piovana, anche un territorio ben gestito (ma sono pochi) non può fare nulla se non avvertire tempestivamente le popolazioni interessate per salvare vite umane e fare assicurazioni sui beni, come nel resto d’Europa”.

Maracchi ha citato la Cella di Hadley (un avvocato inglese e meteorologo amatoriale del 1700, che per primo interpretò correttamente la causa della direzione prevalentemente occidentale degli alisei nelle regioni subtropicali), ovvero un tipo di circolazione tipicamente convettiva, che coinvolge l'atmosfera tropicale generando un'ascesa di aria calda nei pressi dell'equatore che, dopo essere risalita fino ad un'altezza di circa 10–15 km, si sposta verso i tropici dove ridiscende verso la superficie e si dirige nuovamente verso l'equatore. Questa circolazione è strettamente collegata alla presenza degli alisei, delle piogge tropicali, dei deserti subtropicali e delle correnti a getto.

Negli ultimi anni, causa la maggior energia, si è allungata sul Mediterraneo a 50° di latitudine. Si è aggiunto poi l’anticiclone della Libia che ha bloccato le perturbazioni nord-atlantiche; così mancando l’anticiclone delle Azzorre, le nostre estati sono cambiate e ci sono gli effetti sulle colture agrarie: l’olivo abortisce, con cadute a a picco delle produzioni, il mais sviluppa fumonisine e aflatossine; bisognerebbe utilizzare mais precocissimi e precoci (ma qui devono intervenire i genetisti) e così per il pomodoro”.

Essenziale secondo Maracchi anche il ruolo della corrente a getto, flusso d’aria che corre tra tropo e stratosfera, gira attorno al Polo e torna dopo 40 giorni: è responsabile di piogge o della loro assenza. “Le stagioni sono dunque cambiate, ovvero è aumentata molto la variabilità interannuale. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici in atto e gli impatti che questi hanno sulla produzione agricola, in Italia possiamo distinguere un quadro invernale e un quadro estivo. L'insieme di due fenomeni ormai ricorrenti, la siccità invernale e le ondate di calore estive, crea un problema di disponibilità idrica specialmente nel Nord Italia dove il modello di agricoltura si basa su colture irrigue, fortemente penalizzate dalla mancanza di acqua. Ma anche nel Centro e nel Sud questo problema diviene cruciale, in particolare in quelle aree che già soffrivano per regimi climatici con scarse precipitazioni. Al fenomeno della siccità si aggiunge l'aumento degli eventi estremi di precipitazione che causano danni ingenti e la necessità di chiedere frequentemente lo stato di calamità. La modifica del quadro della grande circolazione generale comporta anche la modifica dei ritmi stagionali con primavere sempre più anticipate ed autunni prolungati, con conseguenza sulla fenologia delle piante e sul calendario delle operazioni agricole. Anche gli insetti- ha rimarcato- cambiano abitudini e così la produzione, pensiamo all’anticipo vendemmiale. Alcune specie svernano a nord da 42° a 55°, colombacci e storni. E nei mari troviamo specie diverse”.

Duro il giudizio di Maracchi anche sugli amministratori che “hanno poca sensibilità su cambiamenti climatici e tutela ambientale. I provvedimenti sul blocco totale delle auto o delle targhe alterne- dice- servono a poco. Attorno ci sono le autostrade sempre intasate. Ma per affrontare seriamente la situazione dei cambiamenti climatici, o si cambia modello economico, oppure la soluzione non c’è. Quelli in atto sono provvedimenti-tampone che non risolvono molto. Io che sono un liberale- dichiara- devo denunciare una profonda crisi di valori morali ed una crisi politica, con l’economia che oggi guida la politica e non viceversa”.

In questo contesto, a parere del Presidente dell’Accademia dei Georgofili- “ il ruolo dell’agricoltura è fondamentale: da una parte è una componente che determina cambiamenti climatici con le sue tecnologie, dall’altra se gestita in modo un po’ diverso potrebbe essere la soluzione ai cambiamenti climatici, con degli interventi e tecniche attualmente disponibili di risparmio energetico, nonché produzione di energie rinnovabili. Se si riuscisse a fare una griglia normativa che facilita le cose. Per esempio: in Italia ci sono 5 milioni di fabbricati rurali (rimesse, stalle, ecc.): farci il fotovoltaico, più altre forma di energie rinnovabili (biomasse, biocarburanti, mini eolico) si può raggiungere il 30% del fabbisogno energetico nazionale.

L’agricoltura non è più quella che è stata negli ultimi cinquanta anni, ovvero attività primaria per l’alimentazione, ma con una rilevanza economica modesta. Oggi con la globalizzazione, con le crisi nel manifatturiero e industria, basta una cifra: 160 miliardi di euro per l’agroalimentare e 300 miliardi di euro in manifatturiero, queste sono le cifre in Italia; l’agroalimentare non è più residuale, ma diventa un’attività importante. Ma non solo profilo economico, ma pure sociale ovvero la gestione dei territori rurali.

Le città stanno diventando troppo grandi nel mondo e l’equilibrio tra civiltà urbana e civiltà rurale si è spezzato, e molto probabilmente bisogna invertire la rotta. Il mio auspicio per il futuro dell’agricoltura è che non sia più una cenerentola, che diventi finalmente multifunzionale e che risponda a problemi sociali, come il rapporto tra città e campagna, che nonostante sia del 20% della popolazione in aree rurale, c’anche la tendenza ad invertirsi, ovvero ci sono sempre più giovani disposti a lasciare le città per ritornare ad occuparsi di campagna, anche se non è sempre una cosa semplice in quanto alla base c’è un problema di disponibilità economica.

Il problema principale è la funzione della gestione del territorio, che è per il 60-70% collinare e montano ed ogni volta che piove un po’ di più si allaga tutto; questa è una conseguenza dell’assenza della gestione del territorio, che un tempo c’era. Per esempio un paese a noi vicino, la Svizzera, ha fatto un referendum popolare due anni fa::Siete disposti a pagare più tasse per mantenere gli agricoltori in montagna?. Il responso è stato favorevole per l’80%. Certo non è con la gestione del territorio agricolo che si risolve il problema delle alluvioni, ma una gestione attenta del rischio idrogeologico, può contribuire ad evitare la perdita del territorio. Una politica in tal senso è stata fatta solo ad inizio anni Cinquanta, quando c’erano i cantieri forestali e fu rimboschita una buona parte del territorio, era necessario dare lavoro. E’ dalla metà degli anni ’60, con lo sviluppo economico si è lasciato andar via tutto.

Ma- ha ribadito Maracchi- è essenziale garantire agli agricoltori un reddito di filiera adeguato, in un rapporto diverso con la GDO ed inoltre coprire i deficit di molti prodotti”. Uno sguardo infine al ruolo dei Georgofili: “ In questa direzione l’Accademia può avere un ruolo di primaria importanza, anche se uno dei nostri vincoli sono le risorse. Le nostre sono solo di competenza, avendo 700 accademici che rappresentano tutto il sapere che c’è in Italia nel settore agricolo – ambientale, però non ha risorse materiali. Questo è un limite. Noi possiamo (e dobbiamo) investire in innovazione tecnica, formazione, fare informazione e comunicare, anche con un portale web”.

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