Levante azzerata: «Non mi fermeranno mai: sono un carabiniere»

Odysséus e Levante "rasa al suolo". Cominciano ad emergere i dettagli della maxi operazione che ha alzato il velo su una situazione impressionante e che ha portato all'arresto dei carabinieri della caserma di via Caccialupo. Le accuse sono pesantissime

Alcuni dei carabinieri arrestati

«Insieme lavoriamo proprio bene» dicevano in auto non sapendo di essere ascoltati dalle fiamme gialle e dalla polizia locale che invece li tenevano nel mirino 24 ore al giorno da sei mesi a questa parte. Con la maxi operazione Odysséus gli inquirenti, coordinati dai magistrati Matteo Centini e Antonio Colonna, hanno raso al suolo un'organizzazione criminale composta da carabinieri in forza alla stazione di Piacenza Levante e spacciatori di vario calibro. Ad illustrare nel dettaglio le indagini il procuratore capo Grazie Pradella nella mattinata del 22 luglio. Arresti costruiti ad hoc, menzogne ai magistrati, omissioni, pestaggi, minacce, sequestri, intimidazioni, spaccio di droga, false autocertificazioni per spostarsi tranquillamente durante il lockdown, festini a base di droga e prostitute, disprezzo delle regole e della legge rispetto alla quale - fanno sapere dalla procura - si ritenevano superiori. Spesso in orario di servizio - è emerso - andavano a pranzo in provincia o a sbrigare faccende personali senza nessuno scrupolo né pudore. 

«In quella caserma - ha detto Pradella - non accadeva nulla di lecito». Tutto è iniziato da un ufficiale dell'Arma non in servizio nel Piacentino che ha spiegato come un marocchino gli avesse raccontato di essere un informatore dei carabinieri della Levante e gli ha illustrato come agivano e cosa facevano. Da quanto emerso i militari, quando arrestavano spacciatori, si sarebbero appropriati, quasi ogni volta, di quantitativi di droga o soldi con i quali ricompensavano coloro che facevano loro soffiate e che quindi poi venivano protetti e aiutati facendo fuori la concorrenza e  per avere il pieno controllo dello spaccio o che vendevano loro stessi autonomamente: «Tieni questi 180 euro, sono elargiti dall'Arma». Lo stupefacente veniva tenuto in caserma - si legge nell'ordinanza - nella "scatola della terapia" e veniva elargito come premio ogni qualvolta facevano un arresto compiacendosi delle proprie capacità in una sorta di autoesaltazione e onnipotenza. Una deriva raccontata nell'ordinanza del gip Luca Milani - che ha portato allo spaccio di chili di droga acquistati nel Milanese e poi venduti ad una serie di cavallini. In particolare il trio composto Daniele Giardino (e i fratelli Simone e Alex), Tiziano Gherardi e l'appuntato Giuseppe Montella «rappresentava una realtà collaudata nel commercio di stupefacenti - scrive il Gip -, il tenore delle conversazioni intercettate e gli spostamenti frequentemente effettuati verso la zona dell'Hinterland milanese hanno mostrato come gli stessi abbiano individuato solidi canali di rifornimento dello stupefacente che sono in grado di smerciare nel Piacentino grazie a una rete di fidati spacciatori che incentivavano e incitavano: «Hai guadagnato punti come in Gda (un videogioco)».

«Ho fatto un'associazione a delinquere ragazzi! Che se va bene...in poche parole abbiamo fatto una piramide: sopra ci stiamo io, tu e lui. Noi non ci possono...siamo irraggiungibili», dice Montella in una delle centinaia di intercettazioni trascritte. La droga sequestrata di volta in volta veniva pesata e analizzata, una parte però, la più buona - fanno sapere dalla procura - veniva tenuta e utilizzata come e quando volevano: «L'erba - si legge - non è come il fumo che rimane dello stesso peso, l'erba diventa sempre più leggera, non ti sgameranno mai, non sono mica scemo». Diversi gli episodi durante i quali i militari hanno usato violenza nei confronti di spacciatori che venivano picchiati o minacciati perché confessassero dove tenevano la droga o perché dichiarassero il falso auto incolpandosi sotto costrizione per far tornare i conti ai militari e fare "numero": lo scopo era anche infatti quello di fare sempre più arresti per apparire, per risultare più bravi di altri colleghi di altre caserme, oltreché al tornaconto personale di soldi, droga e impunità: «Ho fatto un arresto della Madonna!» o «Non mi fermeranno mai: sono un carabiniere». Forti del loro status e della divisa che portavano agivano con sicurezza e disinvoltura scortando auto che trasportavano hascisc o marijuana, avvertendo di posti di controllo, facendo telefonate ad hoc a colleghi di altri corpi, etc. «Ti porto in caserma e ti uccido», si legge in un'intercettazione, a dirlo un militare arrestato durante uno dei vari episodi di violenza avvenuti in via Caccialupo. «I carabinieri indagati non sono in grado di intravedere alcun limite al perseguimento dei propri scopi illeciti...» e ancora «la violenza viene a costituire un modo assolutamente tollerato e normale di gestire la delicatissima funzione di pubblica sicurezza», scrive il Gip. A titolo esemplicativo: «Colava il sangue da tutte le parti, sfasciato da tutte le parti, non parlava, non ha detto "a". Credimi che he ha prese».

FESTA DI PASQUA IN LOCKDOWN - Nel pieno dell'emergenza Covid nell'abitazione di uno dei militari era stata organizzata una festa alla quale erano invitati anche non famigliari venendo meno al rispetto delle regole imposte e in vigore. Una vicina di casa ha chiamato il 112 segnalando la cosa ma poi la pattuglia quando ha capito che si trattava di quel collega ha desistito e non ha fatto nulla compiacendo l'appuntato. 

I COINVOLTI - Dieci in totale i carabinieri indagati, compreso il comandante della compagnia di Piacenza. L'indagine è iniziata grazie al racconto di un ufficiale dell'Arma non coinvolto che ha illustrato spontaneamente alla polizia locale quanto stava accadendo all'interno della caserma di via Caccialupo. I carabinieri finiti in carcere sono: Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo. Ai domiciliari il comandante della Levante, maresciallo Marco Orlando e il maggiore Stefano Bezzeccheri. Il comandante della compagnia di Piacenza Bezzeccheri è stato raggiunto dalla misura dell'obbligo di dimora è accusato solo di abuso d'ufficio. Tutti sono stati sospesi. Nei guai anche un finanziere, Marco Marra, che ha l'obbligo di firma, è accusato di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio. Angelo Minniti, Giovanni Lenoci e Lorenzo Ferrante, altri tre carabinieri, hanno avuto l'obbligo di firma.  I civili finiti in manette sono: Daniele Giardino, Alex Giardino, Simone Giardino, Matteo Giardino (domiciliari), Gherardi Tiziano, Megid Seniguer, Jamai Masroure Zin El Abidine, Ghormy El Mehedi, Mattia Valente (domiciliari), Clarissa D'Elia (domiciliari), Maria Luisa Cattaneo (domiciliari). 

I militari sono accusati a vario titolo di di spaccio, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali aggravate, peculato, abuso d'ufficio, rivelazione ed uso di segreti d'ufficio, falsità ideologica, perquisizione e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, truffa ai danni dello Stato.  «Siamo di fronte  - spiega Pradella - a reati impressionanti se si pensa che sono stati commessi da militari dell'Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei carabinieri per futuri accertamenti». Le fanno eco Colonna e Centini: «Un'indagine dolorosa che ha lasciato una grande amarezza, più si indagava più emergevano dettagli pesantissimi». 

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