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Giuseppe Caruso

Giuseppe Caruso

«Caruso va assolto, millantava solo tante conoscenze»

Inchiesta Grimilde, la difesa di Giuseppe chiede l’assoluzione. La sentenza attesa alla fine del mese. «Non ha mai minacciato nessuno e non era organico alla cosca»

Al termine di una arringa durata oltre due ore, l’avvocato Oddone ha chiesto l’assoluzione per Giuseppe Caruso. Si è svolta a Bologna, il primo ottobre, davanti al giudice per l’udienza preliminare, la difesa dell’ex presidente del Consiglio comunale di Piacenza, arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia Grimilde, scattata il 25 giugno 2019. Caruso venne arrestato insieme con il fratello Albino. I due vennero accusati di essere “organici” alla potente cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri. La sentenza è attesa alla fine di ottobre, per Caruso e per altri 47 che hanno scelto il rito abbreviato (l’operazione portò all’arresto di 83 persone). Nella requisitoria, a fine luglio, il pm ha chiesto per Giuseppe Caruso 15 anni e 10 mesi.

LA DIFESA Nessuna affiliazione, secondo la difesa dell’avvocato Anna Rosa Oddone, e non c’è la prova che Caruso - il quale ha assistito all’udienza da remoto, dal carcere di Voghera - fosse “organico” alla cosca che aveva la propria base nel Reggiano. Una posizione che da sempre Caruso ha urlato con forza, dicendo di non avere nulla a che fare con la criminalità organizzata. «E’ difficile credere - ha scandito Oddone - che uno a 60 anni diventi mafiosi. Le figlie, sempre molto vicine al papà, fin da subito hanno detto di non aver mai saputo nulla né di essersi accorte di qualcosa che non andava. Secondo la procura, però, quelle telefonate lo incastrano. Se fai parte di una associazione mafiosa quando garantisci qualcosa lo devi poi fare, e lui non lo ha mai fatto. Caruso nelle telefonate diceva “Salvatore (Grande Aracri, ndr) è sopra di me” … ma cosa vuol dire. E’ la mentalità meridionale».

L’ex funzionario dell’Agenzia delle dogane avrebbe soltanto millantato e chi lo aveva avvicinato lo aveva fatto soltanto per sfruttare le sue conoscenze, ha continuato l’avvocato. C’è l’episodio che la avrebbe visto come protagonista nella mediazione per ottenere soldi da un industriale del riso, Roncaia. L’azienda era in difficoltà e aveva bisogno di denaro per accedere a un bando di 5,5 milioni per non veder sfumare un bando di Agea per la fornitura di riso. Caruso, in qualità di dirigente delle Dogane, era stato accusato dalla Dda di Bologna, dopo le lunghe indagini della polizia, di aver agevolato una truffa per far ottenere fondi europei all'organizzazione ‘ndranghetista.

«Quella era un’azienda decotta - ha incalzato Oddone - è aveva grandi debiti. Caruso li ha incontrati a Cibus. E loro già conoscevano la famiglia Grande Aracri, invece hanno detto che Caruso gli faceva paura …». Caruso avrebbe trovato la banca che avrebbe potuto concedere un prestito a Roncaia «e quando è stato ottenuto il denaro, Caruso gli ha detto “ha visto come la vogliamo bene” .. ma lo aveva detto solo per vantarsi. Il prestito, e i documenti, lo ha concesso la banca, mica Caruso il quale non ha ricavato nulla da questa vicenda» ha detto la difesa. Tra Caruso e Roncaia, ha sostenuto Oddone, c’era anche un’amicizia. Lui non avrebbe mai minacciato nessuno, tutt’al più avrebbe esercitato qualche pressione.

IL PROCESSO Giuseppe Caruso e il fratello devono rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso, truffa aggravata ed estorsione (Giuseppe anche di corruzione). Giuseppe è difeso dall’avvocato Oddone (Foro di Torino), e attualmente è detenuto nel carcere di Voghera, in regime di 41 bis. Il fratello Albino è assistito dall’avvocato Marina Vaccaro (Foro di Pescara) si trova nel carcere di Lanciano. La difesa di Albino parlerà fra un paio di settimane. Al processo si sono costituite diverse parti civili piacentine: il Comune di Piacenza che ha chiesto 3 milioni di risarcimento per danno di immagine (Caruso era presidente del Consiglio al momento dell’arresto), la Camera del lavoro e Libera. Oltre a questi c’è una serie di altri Enti locali, sindacati e associazioni, compresi la presidenza del Consiglio e il ministero delle Infrastrutture.

Finora, sono stati chiesti dal pm Beatrice Ronchi oltre 250 anni di carcere per i 48 imputati che hanno scelto il rito alternativo. Il 30 luglio, sono stati chiesti 15 anni anche per il sodale Claudio Bologna e 14 anni per Francesco Muto, Domenico Spagnolo e Giuseppe Strangio. Per Rosita Grande Aracri, sorella di Salvatore, l'accusa chiede 3 anni e 6 mesi di carcere e tre anni e due mesi per il commercialista Agostino Donato Clausi, ritenuto il contabile della consorteria, condannato in Aemilia a 14 anni. Condanne tra i quattro anni e i sette anni invece per Nicolino Sarcone, Romolo Villirillo, Antonio Silipo e Luigi Muto. L'unica richiesta di assoluzione riguarda Nicola Tafuni, accusato di truffa ai danni di un'azienda di vini, a cui si prospettò un importante acquisto di merce poi pagata con un assegno scoperto.

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