«Cercò di uccidere quella prostituta», il pm chiede 8 anni

Un albanese aveva colpito alla testa una 47enne che non gli avrebbe pagato lo spazio dove “lavorare”. Le difese: va assolto oppure condannato solo per lesioni. Il racconto della donna non è credibile. In aula la drammatica testimonianza di un’altra prostituita, costretta sulla strada a 13 anni

Ha cercato di uccidere quella prostituta e va condannato a 8 anni di reclusione, ha chiesto la pubblica accusa. Non è vero, ha replicato la difesa, non c’era la volontà di uccidere e se deve essere condannato lo sia per lesioni volontarie. E’, in sostanza, la fine del processo - dopo la requisitoria del pm Matteo Centini e le arringhe dei difensori, gli avvocati Antonino Rossi ed Emanuele Solari - nei confronti di Iris Misku, un albanese attualmente agli arresti domiciliari, accusato di tentato omicidio, sfruttamento della prostituzione e porto di oggetti atti a offendere. L’uomo, secondo la procura che aveva delegato le indagini alla Polizia locale, il 2 marzo 2019 avrebbe colpito con un oggetto contundente al capo una donna di 47 anni - italiana, ma di origine albanese - perché non gli avrebbe pagato l’affitto del posto dove prostituirsi, vicino alla Fiera.

Le due parti hanno esposto le loro argomentazioni al collegio dei giudici presieduto da Gianadrea Bussi (a latere Laura Pietrasanta e Sonia Caravelli). Misku, accompagnato dalla polizia penitenziaria, ha assistito all’udienza vicino ai suoi difensori. La sentenza sarà letta fra un paio di settimane. Prima delle conclusioni, è stata sentita una donna albanese di 38 anni, amica di Misku. La donna, che ha detto di conoscere il connazionale dal 2019, ha ripercorso la propria vita. Ha cominciato a vendersi sulla strada a 13 anni, dopo l’arrivo in Italia. Oggi si sta separando dal marito, dal quale ha avuto due figlie, e vive in Piemonte. Fino al 2018 ha lavorato come inserviente in un ospedale, ma dal 2019 è tornata “a fare la vita” come ha detto in aula.

La testimonianza, a favore della difesa, ha riportato che la giovane albanese si prostituiva lungo la Caorsana nel febbraio-marzo dello scorso anno. Lì, avrebbe conosciuto la “collega” poi aggredita, già conosciuta in precedenza. Quest’ultima ha un protettore. I due la invitano a casa loro - «non sapevo dove andare» - e l’uomo la violenta, mentre l’altra donna la tiene ferma. «Dopo la violenza - ha spiegato la 38enne - ero diventata di loro proprietà. Potevo andare con tutti gli uomini, tranne che con gli albanesi. E’ una regola non scritta in questo lavoro». Insomma, la giovane si ritrova con due sfruttatori «che mi prendevano tutti i soldi che guadagnavo». Sarebbe, però, scattata la scintilla della gelosia da parte della donna del protettore: «Il giorno dopo mi disse che non poteva andare a lavorare, perché dopo una lite lui l’aveva pestata». La prostituta ha un rapporto con un albanese, l’imputato, i due lo vengono a sapere e la minacciano: «Ve la faremo pagare, ricordati che hai due figlie». Lei, spaventata, corre in un albergo dove saltuariamente alloggiava, prende le proprie cose e fugge in treno a Torino. Il pm Centini ha chiesto alla testimone se Misku fosse stato il suo protettore e lei ha risposto di no, di non averla mai fatta prostituire. I due si erano conosciuti dopo un rapporto durato 5 minuti e dopo essersi rivisti qualche altra volta. Una stranezza, secondo il pm, come quando lui la accompagna di notte a Bologna. Quando è avvenuta l’aggressione, la 38enne ha detto che era presente anche un’altra prostituta. Le difese hanno chiesto di convocarla, ma i giudici non hanno ammesso la richiesta degli avvocati.

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Per il pm, le dichiarazioni della donna aggredita hanno retto alla prove delle indagini e del processo. Quell’uomo ha inferto i colpi con l’intenzione di colpirla alla testa (la donna riporterà un trauma cranico e la frattura della gamba sinistra) cioè a una parte vitale. Oltre ai colpi, ha detto il pm, Misku ha aggiunto le minacce di morte, come in passato aveva fatto con altre prostitute. Il racconto della testimone non è credibile, ha aggiunto Centini. «Come si fa a diventare amici dopo un rapporto sessuale di soli 5 minuti?» ha scandito. L’avvocato Solari ha rimarcato come le indagini si siano incentrate sulla testimonianza della vittima. Non sono state svolte analisi sull’auto di Misku: la donna era stata colpita e aveva perso sangue, quindi c’erano le tracce. E non sono nemmeno state cercate le tracce sull’oggetto con cui Misku avrebbe colpito la donna. Quella prostituta, poi, non è credibile perché proteggeva, con la sua testimonianza, altre persone. C’era un testimone, ma non ha riconosciuto l’auto, mentre ha detto che Misku era alto 1,88 mentre è almeno di dieci centimetri più basso. «Nei racconti ci sono delle criticità» ha affermato Solari. Secondo la difesa, inoltre, non è facile per un nuovo sfruttatore inserirsi in una zona dove ci sono già almeno tre prostitute. L’avvocato Rossi, invece, chiedendo la derubricazione del reato, ha sostenuto come non ci sia il tentativo di omicidio, ma le lesioni volontarie. Come dice il codice penale, si può parlare di lesioni volontarie anche se mettono in pericolo la vita. Le cartelle cliniche poi smentiscono la donna aggredita, perché quei colpi non erano mortali. La volontà di uccidere, infine, è stata esclusa dal perito che ha mostrato come nessun colpo sia stato portato in modo perpendicolare sul capo, un gesto che avrebbe sì provocato danni gravi o ferite letali.

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