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I legali della clinica “Piacenza”: «Ecco come sono andate le cose»

Gli avvocati delle due cliniche (Piacenza e Sant'Antonino) intervengono dopo l'articolo de "Il Fatto Quotidiano" sul decesso della lavoratrice 58enne: «Il contatto tra il medico contagiato e i lavoratori è avvenuto prima che iniziasse l’emergenza. Anche l'anziano citato è stato ricoverato in precedenza e poi trasferito»

Una 58enne residente a Podenzano, Monica Rossi, ha perso la vita nei giorni scorsi. La donna lavorava alla clinica privata “Piacenza”. Al giornale “Il Fatto Quotidiano” è arrivata una segnalazione da parte di un collega della donna, che segnala una correlazione tra la scomparsa della lavoratrice e le condizioni di lavoro all’interno della struttura. Il quotidiano ha dato ampio spazio alla vicenda, interpellando anche alcuni responsabili della clinica e il direttore generale dell’Ausl Luca Baldino. Sulla vicenda sono intervenuti anche due consiglieri regionali piacentini, Matteo Rancan e Giancarlo Tagliaferri. A seguito di ciò RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO INTEGRALMENTE LA NOTA UFFICIALE DELLE STRUTTURE: 

Per il tramite dei propri legali, gli avvocati Manuel Monteverdi e Adalberto Sacchelli, con la presente nota, Casa di Cura Privata Piacenza s.p.a. e Casa di Cura Privata Sant’Antonino s.r.l., in persona del legale rappresentante, professor Mario Sanna, prendono le distanze dall’articolo pubblicato online su “Il Fatto Quotidiano” del 18.03.2020, a firma della signora Selvaggia Lucarelli, dalla stessa riportato sul suo profilo Facebook in pari data, e intendono chiarire la situazione in merito alle questioni dalla stessa sollevate nei loro confronti e riprese, altresì, dalla stampa locale. Ai cittadini vorremmo ricordare che le due case di cura hanno messo a disposizione dell’emergenza Coronavirus, in coordinamento con il Servizio Sanitario Nazionale, cui sono convenzionate, 170 posti letto (80 da parte della Sant’Antonino e 90 da parte della Casa di Cura Piacenza) per i pazienti risultati positivi al Covid-19; la Casa di Cura Piacenza ha anche messo a disposizione oltre a 40 posti per il reparto “Ortopedia” dell’ospedale Guglielmo da Saliceto (trasferitosi, momentaneamente, presso di essa) e si è fatta carico del reparto di Pronto Soccorso ortopedico dell’Ospedale stesso. Come hanno già detto in tanti, stiamo combattendo una guerra e tutto il personale delle due cliniche si trova a lottare sul campo contro il virus, rispettando ogni direttiva proveniente dalle istituzioni preposte.

Ciascun lavoratore, dipendente e non dipendente, starebbe meglio a casa, con i propri cari, ad attendere che questo incubo finisca. Ma chi lavora nel settore della Sanità, oggi, non se lo può permettere e, per il bene di tutti, va avanti instancabilmente ed eroicamente, anche mettendo a repentaglio la propria salute e le proprie aspettative di vita. Tale premessa non vuole essere un esercizio di retorica, bensì un quadro vero di ciò che accade ogni giorno nei due istituti, come in ogni struttura del Servizio Sanitario Nazionale e come in tutte le altre cliniche convenzionate interessate dall’emergenza. 2 Per tale motivo ha fatto particolarmente male leggere l’articolo in questione, così come i commenti di quei cittadini, piacentini e non, che hanno dato ad esso un immediato seguito senza riserva alcuna. E’ stato scritto, nel summenzionato articolo, che il personale interpellato dalla Lucarelli ha tenuto un atteggiamento ostile: sarebbe bene che ognuno dei lettori provasse a mettersi nei panni di una di quelle signore “intervistate”, in piena emergenza Covid e riflettesse su cosa avrebbe fatto al posto loro. Il personale non rilascia informazioni (se non alle autorità competenti) perché non è obbligato a farlo, nemmeno quando a suonare il campanello è la Dott.ssa Lucarelli, soprattutto in una fase in cui c’è totale emergenza, e perché - non lo scopriamo oggi - i dati delle persone, compresi anche quelli legati al loro stato di salute - non rientrano in un pacchetto “omertoso” ma fanno invece parte dei cosiddetti “dati sensibili” e, dunque, oggetto di specifica tutela sotto il profilo legale. Ma le risposte, quelle sollecitate anche da diverse fazioni politiche, ci sono, eccome, e vengono ora fornite dai due nosocomi.

Ricordando che, ancora al 23 febbraio scorso, illustri virologi ritenevano il Covid-19 “un’infezione appena più seria di un’influenza”, in merito al dottore ricoverato a Tenerife, che non ha avuto alcun contatto con la Casa di Cura Sant’Antonino ma solo con la Casa di Cura Piacenza, specifichiamo che questi ha operato in tempi in cui era ben lontana l’emergenza da Coronavirus, ossia al 10 febbraio. Tenuto presente che, normalmente, il virus si manifesta tra i due ed i quattro giorni, e solo nelle ipotesi più sporadiche, entro quattordici, si può ben comprendere come il medico abbia contratto il virus, con buona probabilità, successivamente a tale data. In ogni caso, una volta appresa la notizia dell’infezione del sanitario, ricoverato, appunto, a Tenerife il 25 febbraio 2020, la struttura interessata ha attivato i protocolli previsti, allertando le persone entrate in contatto con esso ed informando, nello 3 specifico, gli alti vertici dell’Ausl locale ed il suo Servizio di Igiene, organismo preposto alla verifica della positività al Covid-19 a mezzo tampone.

Riguardo al paziente anziano, risulta che questi sia stato ricoverato il 17 febbraio, ossia - anche in questo caso - nel periodo in cui non si era ancora manifestata l’emergenza Coronavirus: giusto per rinfrescare la memoria, i cittadini ricorderanno che soltanto il 14, dunque tre giorni prima, le sale dei ristoranti erano stipate da persone intente a festeggiare S. Valentino! Ebbene, detto paziente, già ricoverato all’Ospedale di Piacenza in Neurologia, in tal data veniva trasferito alla Casa di Cura Privata Sant’Antonino, che – forse qualcuno lo ha dimenticato – è un istituto volto esclusivamente alla lungodegenza postacuzie riabilitativa. Poiché, dopo qualche giorno, veniva riscontrata febbre nel paziente, si procedeva alle cure del caso. Dal momento che il tentativo di debellare la febbre era risultato vano, la Casa di Cura lo trasferiva, come da protocollo, al Pronto Soccorso e da lì il signore veniva trasferito in Ospedale.

In quanto alla tragica morte della signora Monica Rossi, sarebbe bene ricordare che, in base alle disposizioni normative dettate da questo particolare periodo, tutto il personale, all’ingresso delle strutture, viene sottoposto a controllo della temperatura e viene fermato qualora si riscontri febbre oltre a 37,5 gradi. Nello specifico, il giorno 9 marzo Monica aveva accusato febbre e la responsabile del personale della Casa di Cura Piacenza l’aveva autorizzata a congedarsi dal lavoro. Conseguentemente, giungeva alla struttura un certificato di malattia (e non di quarantena) della signora Rossi, proveniente dal medico di base, con effetto sino al giorno 23 marzo. La Casa di Cura, in data 13 marzo, su accordo del Servizio di Igiene dell’Ausl, predisponeva il tampone per la signora Rossi, che, infatti, veniva eseguito. 4 Il 14 marzo il Servizio di Igiene comunicava al nosocomio che il tampone era “basso positivo” e, per tal motivo, doveva essere rifatto.

Nei giorni successivi, la responsabile del personale cercava Monica per informarla di tale necessità, oltre che per avere sue notizie. Come le colleghe, la cercava più volte al telefono senza trovarla. Sino a quando, una volta intervenuti i Carabinieri, il corpo della signora veniva rinvenuto privo di vita, a casa sua. In merito a ciò che è stato pubblicato dalla stampa locale a riguardo, per quanto tutto il personale sia stato profondamente colpito dalla perdita della signora Rossi, e per quanto sia comprensibile il dolore della sorella, non può essere la Casa di Cura Piacenza a fornire spiegazioni in merito alle cause del decesso. Infine, è comprensibile il malcontento di alcuni operatori, che temono di contrarre il Covid-19, ma le due strutture non posso che ribadire di aver fornito ai propri dipendenti e collaboratori - continuando a farlo - dispositivi di protezione individuale, proseguendo ad attenersi alle disposizioni di legge. Il lavorare “come cani”, come ha dichiarato una di queste persone, e come riportato dalla stampa locale, fa parte di un comune sentire di chi, comprensibilmente, affronta quotidianamente questo tremendo nemico e, oggi, è logorato dalla fatica, dalla paura e dallo sconforto: purtroppo, però, nessuno ha detto che tutto questo sarebbe stato semplice. 

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