Coltiva e usa marijuana per curarsi, il giudice lo assolve

Un 35enne affetto da una malattia rara all’esofago. Il pm chiede 9 mesi. La difesa: «Usa i cannabinoidi per abbattere il dolore. La Regione non riconosce la malattie tra quelle curate con la terapia a base di questa sostanza»

Immagine di repertorio

Coltivava la marijuana perché è l’unico rimedio che gli calma i dolori, provocati da una malattia rara e certificata, e anche perché non voleva andare a comprare il “fumo” dagli spacciatori. Due motivazioni che hanno convinto il giudice Luca Milani ad assolverlo. Un 35enne è stato assolto, il 20 novembre, dai reati di coltivazioni di marijuana e detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. Il giovane, un operaio di Avvocato Massimo Corso-2Calendasco, era stato arrestato dai carabinieri di Bobbio nel febbraio del 2019. In casa aveva 21 piantine di “maria”, circa 50 grammi tra hascisc e marijuana e un bilancino di precisione. All’udienza preliminare, il pm Emilio Pisante, ha chiesto il rinvio a giudizio e il difensore del 35enne, l’avvocato Massimo Corso, ha subito chiesto il rito abbreviato. Il pm ha chiesto la condanna a 9 mesi, mentre la difesa l’assoluzione, spiegando nel dettaglio la situazione che vive il giovane, che è affetto da un disturbo raro: l’acalasia esofagea. Il cibo e l’acqua, cioè, faticano a entrare nello stomaco o, in fase avanzata, si fermano a monte del cardias, che è posto tra l’esofago e lo stomaco, generando così il rigurgito alimentare. Una malattia invalidante che provoca forti dolori, ha sostenuto Corso, e che secondo alcuni studi se non curata può provocare anche il tumore. L’unico sollievo proviene da sostanze a base di cannabinoidi. Il 35enne aveva girato molte Asl non trovandone nessuna che gli prescrivesse farmaci a base di cannabinoidi, perché la Regione non prevede quella malattia tra quelle curate con farmaci a base di cannabis. Un medico di Ravenna, però, glielo aveva prescritto, con una regolare ricetta che indicava la terapia. Il fine della coltivazione di marijuana, dunque, secondo la difesa era terapeutico e non certo per lo spaccio «anche perché lui la coltivava per se stesso e non aveva senso rivederla. La marijuana, ne usa alcuni grammi al giorno prima dei pasti, viene fumata oppure sciolta nei cibi, come il latte o lo yogurt». A svolgere le analisi sulle piante erano stati i carabinieri del Ris di Parma. Su 320 grammi di “erba” gli specialisti dell’Arma aveva trovato un principio attivo di 0,59 e per la legge se è sotto 0,60 non è reato. Non esiste cioè la capacità drogante. Infine, i 50 grammi sono stati ritenuti di lieve entità, così come riconosciuto anche dalla pubblica accusa.

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