Come può o deve rispondere la viticoltura ai cambiamenti climatici

I servizi del piacentino Giampietro Comolli dalla conferenza sul clima di Parigi. Ecco cosa fanno l’Australia e la regione di Champagne

Più che tema caldo, un tema incandescente. Visto che alla Conferenza Onu di Parigi sul Clima,  l'imperativo è “vietato sbagliare”. E mentre i grandi della terra cercano un accordo, la viticoltura mondiale fa i conti con il cambiamento. Molti Paesi produttori stanno cercando di correre ai ripari, modificando il modo di fare vino. Soprattutto in Australia dove, oltre ad anticipare la vendemmia di circa otto giorni, gli enologi si stanno muovendo a Sud, verso l'isola di Tasmania. Sembra, infatti, che le temperature medie nelle principali regioni vinicole australiane siano destinate ad aumentare tra 0,3 e 1,7 gradi entro il 2030, e secondo l'agenzia nazionale di scienza e ricerca in viticoltura,  la qualità delle uve subirà un calo che va dal 12 al 57%.

Non è, infatti, un caso che il colosso Treasury Wine Estates, nel 2013, abbia venduto i suoi vigneti nella Hunter Valley a nord di Sydney, per comprare White Hills in Tasmania. ma altrove non è diverso. L'Italia, così come la Francia e gli altri Paesi produttori dell'area mediterranea, stanno iniziando a spostare la viticoltura in altitudine, studiando varietà sempre più resistenti ai cambiamenti climatici. Ma, nel caso di modifiche sostanziali, bisognerà rivedere il sistema delle denominazioni.

Situazione positiva, invece, per le zone fredde del Nord Europa, tra cui la Germania e le regioni francesi di Champagne e Val de Loire, anche se, i cambiamenti potrebbero modificare il sapore stesso dei loro vini. E intanto, dal canto suo, l'Oiv ha siglato l'adesione al progetto “4/1000: Terreni per la sicurezza alimentare e climatica" (dentro c'è anche l'Università di Bologna), presentato lo scorso 1 dicembre a Parigi, che punta a raggiungere un tasso di crescita annuo del 4 per 1000 dello stoccaggio di carbonio del suolo: un risultato che potrebbe rivelarsi fondamentale per limitare l’aumento di temperatura a livello globale a 1,5 o al massimo 2 gradi centigradi. Sempre in ottica ambientale, il Comité Champagne fa sapere che nel 2003 è diventata la prima regione vinicola al mondo a calcolare la propria impronta carbonica. Oggi, il 100% dei viticoltori della Champagne sono integrati in questo processo.

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