Commemorati i caduti del 9 settembre 1943 di Barriera Genova

L'allocuzione del presidente della Provincia Massimo Trespidi alla commemorazione dei caduti del 9 settembre 1943 a Barriera Genova

Martedì 9 settembre alle 10, nel 71esimo anniversario del tragico evento, a Barriera Genova si è tenuta  la cerimonia di commemorazione dell’eccidio che ebbe luogo all’indomani della proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Il tributo ai Caduti è stato aperto dal saluto del sindaco Paolo Dosi, seguito dall’allocuzione del presidente della Provincia Massimo Trespidi e dall’intervento del presidente dell’associazione Combattenti e Reduci Raffaele Campus, con la successiva deposizione delle corone d’alloro.

IL DISCORSO DI MASSIMO TRESPIDI -  «Autorità, associazioni combattentistiche, cittadini tutti,  ricordiamo oggi il 9 settembre 1943: una data tragica per Piacenza - con il sacrificio di 34 soldati italiani e il ferimento di altri 49 uomini tra militari e civili - ma che vuole, e deve, essere anche un giorno di memoria, riflessione e, soprattutto, speranza. Quel giorno, a poche ore dal proclama del maresciallo Badoglio che alla radio annunciava a tutto il paese la firma dell'armistizio con gli anglo-americani, militari e civili, fianco a fianco in una vicinanza fisica che era senso di appartenenza comune, non esitarono, dove oggi ci troviamo, ad impugnare le armi per difendere Piacenza di fronte alle milizie tedesche che chiedevano la resa della città. A distanza di 71 anni da quel 9 settembre, data che coincide con l'inizio della guerra di Liberazione nazionale, ci rendiamo più che mai conto dell'importanza per l'Italia del sacrificio di tutti coloro che, di fronte allo sbandamento delle istituzioni, in quei giorni terribili furono in grado di trovare dentro di loro il coraggio e l'amore per la propria nazione fino all'estremo sacrificio nel nome di un'Italia libera. “Il vero soldato – scriveva il grande scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton – combatte perchè ama ciò che ha alle spalle non perchè odia ciò che ha davanti”. E' anche grazie a quel sacrificio che i nostri figli sono potuti crescere in uno Stato democratico e senza guerre; una riflessione, questa, che non può non portarmi ai tanti conflitti che oggi stanno insanguinando il pianeta. Sono 62 attualmente gli Stati coinvolti in guerre internazionali o interne: ogni giorno abbiamo davanti agli occhi le violenze, la devastazione, la disperazione che ci arrivano dai teatri delle guerre in tutto il mondo, dalla Siria, all'Iraq, alla Palestina, ad Israele, all'Ucraina con sempre maggiori violenze contro le minoranze etniche e religiose. E ancora oggi, come allora, insieme ai soldati in divisa a cadere sono civili inermi nelle strade e nelle piazze, luoghi che terrorismo e fondamentalismo hanno fatto diventare i nuovi campi di battaglia: le ideologie fondamentaliste, che parlano di “guerra santa”, non sono solo anti-cristiane o anti-occidentali ma si pongono contro l'umanità intera.

“La pace si afferma solo con la pace - ha esortato papa Francesco che non ha esitato a parlare di terza guerra mondiale “a capitoli” davanti al precipitare della situazione irachena e del conflitto in Terrasanta e a richiedere un impegno multilaterale promosso dall'Onu per fermare “l'aggressore ingiusto” - in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino”. Come più volte ho avuto modo di dire, resto un profondo assertore del principio, riportato nella nostra Costituzione, del rifiuto della guerra come metodo per risolvere le controversie tra i popoli. "L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace” - diceva Sandro Pertini nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica nel 1978. Solo la via diplomatica e la pace possono garantire il benessere dei cittadini ed il progresso della civiltà; il dialogo deve però essere supportato dalla verità, perchè non diventi compromesso e connivenza. 

Dalla situazione internazionale il pensiero corre all'Italia, che ben conosce la guerra e il terrorismo per averli vissuti durante alcuni degli anni più angosciosi della sua storia. Il nostro paese è oggi sì libero da conflitti bellici, ma sempre più stretto fra pressanti problemi sociali ed economici, in primis da una crisi interminabile e dalla quale si fatica a vedere una via d'uscita. Nel 1943 l'impegno di chi condusse la guerra di Liberazione segnò il riscatto di un popolo e il primo passo di un percorso verso la nascita di una nuova Italia, fondata sulla libertà e sulla democrazia. “Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, - ricordava Piero Calamandrei - andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Una guerra combattuta da un popolo che prendeva in mano il proprio destino con la profonda convinzione di un luminoso avvenire. Lo stesso futuro a cui oggi si guarda invece con timore e profonda incertezza: proprio da qui dovrebbe partire con rinnovato slancio quella che possiamo definire una nuova Resistenza, con la consapevolezza - che proprio la crisi in cui viviamo ci sta facendo comprendere appieno - che valori e princìpi quali democrazia, libertà e lavoro, vanno difesi giorno per giorno da ciascuno di noi. Chi, il 9 settembre del 1943, decise di agire per difendere la propria città, scelse di essere un uomo libero. Una scelta alla quale oggi siamo chiamati anche noi, tutti noi, per incamminarci lungo un rinnovato percorso di Liberazione. E' un viaggio non facile, ce ne rendiamo conto, ma che può condurci alla metà solo se compiuto fianco a fianco, mano nella mano, con spirito di solidarietà e, soprattutto coraggio. Lo stesso coraggio che 70 anni fa portò nelle strade tante persone e che in questo travagliato momento storico sembra sempre più venire meno lasciando spazio allo scoramento. Coraggio, ed è questo l'auspicio con cui voglio chiudere, che deve venire prima di tutto dalle istituzioni, per il ruolo di guida che ricoprono, ma che non può prescindere dalla collaborazione e cooperazione di tutti».

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