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I fatti accaduti otto anni fa

Nel 2015 rapinò una donna con un'ascia: condannato a sette anni e tre mesi

La sentenza di primo grado è arrivata otto anni dopo i fatti. L'imputato marocchino è attualmente detenuto dopo essere stato estradato dalla Francia dove era fuggito poco dopo. La vittima: «Ho cercato di resistere». La difesa: «Non è stato lui»

E’ una testimonianza dolorosa quella resa dalla vittima di una violenta rapina che nel raccontare quanto le è accaduto nel 2015 non riesce a guardare l’uomo accusato di averla aggredita con un’ascia seduto in aula circondato dalla polizia penitenziaria. Per quei fatti, El Yahiaouni Anass marocchino oggi 32enne nel pomeriggio del 21 febbraio è stato condannato a sette anni e tre mesi in primo grado (il pm Emilio Pisante ne aveva chiesti 9). L’avvocato d’ufficio Jonathan Vignali ha annunciato il ricorso in appello, la difesa infatti sostiene che non sia lui l’autore della rapina. I fatti come detto risalgono al 2015, lo straniero era poi riuscito a raggiungere la Francia e sparire fino a qualche mese fa quando è stato rintracciato, arrestato grazie ad un mandato di arresto europeo (Mae) ed infine nell'agosto 2022 estradato in Italia e condotto alle Novate, dove è tuttora. In aula ha spiegato che si guadagnava da vivere suonando per strada. 

Qualche giorno dopo la violenta rapina era stato intercettato dalla polizia mentre rovistava su alcune auto in sosta in via Ventiquattro Maggio. Era fuggito a folle velocità a bordo di un’auto rubata rischiando di travolgere un agente e di fare un frontale con un’altra volante, poi si era schiantato in via Genova ed era fuggito. Alcuni giorni dopo era stato fermato sul Corso: anche in quell’occasione aveva opposto resistenza e aveva tentato la fuga. Addosso un coltellino, mentre nel baule furono trovati alcuni portafogli e l’ascia usata per la rapina. A spiegare queste circostanze al collegio giudicante presieduto da Stefano Brusati ci avevano pensato, nell’udienza scorsa, i poliziotti intervenuti nelle varie occasioni.

Durante l’udienza finale del 21 febbraio, otto anni dopo, i giudici hanno ascoltato la testimonianza della vittima, un’infermiera che stava iniziando il turno all’ospedale e aveva parcheggiato in via XXI Aprile: «Ero appena scesa dall’auto, alle mie spalle è comparso quell’uomo che mi ha urlato dammi la borsa o ti ammazzo!. Appena mi sono girata ho visto che brandiva un’ascia che ha subito usato per colpirmi. Ho cercato di resistere in tutti modi – spiega visibilmente scossa -, e ne è nata una colluttazione al termine della quale è riuscito a prendermi la borsetta, e nel fuggire con un’auto ha cercato infine di investirmi». La donna incalzata da pm e giudice ha riconosciuto senza ombra di dubbio l’uomo in aula come l’aggressore, come già aveva fatto nell’immediatezza delle indagini in un album fotografico. Su questo punto però la difesa dissente: «Non lo riconobbe proprio al cento per cento». «Ero completamente sotto choc e terrorizzata quando ho chiamato le forze dell’ordine, mi è andata bene», ha concluso. Fu refertata al pronto soccorso per un colpo d’ascia ricevuto alla mano fortunatamente raggiunta dal manico e non dalla lama.

Dopo la donna si è svolto l'esame dell'imputato che ha respinto tutte le accuse tranne quella di aver tentato la fuga al controllo sul Corso: «L’ho fatto perché ero senza documenti, il coltellino che avevo era un portachiavi. Ma quella donna non l’ho mai vista e tantomeno aggredita e non ero io la persona fermata dalla polizia in via Ventiquattro Maggio». Il collegio dopo un’ora di camera di consiglio l’ha condannato a sette anni e tre mesi. Prescritto il reato di porto abusivo di oggetti atti all’offesa e riqualificato il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

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