Condannato a 5 anni il dentista che pagava con la coca le prestazioni con le trans

L’accusa aveva chiesto 8 anni e mezzo. La difesa: «Non ci sono prove e non è stato sequestrato un grammo di stupefacente, il mio cliente non è uno spacciatore»

Immagine di repertorio

E’ stato condannato a cinque anni di reclusione il dentista accusato di detenzione e spaccio di stupefacenti durante alcune feste in cui avrebbe avuto prestazioni sessuali con alcune trans, pagate con la cocaina. La difesa ha già annunciato il ricorso in Appello. Le sentenza è stata emessa dal presidente del collegio, Italo Ghitti (a latere Fiammetta Modica e Ivan Borasi), dopo la requisitoria del pubblico ministero Matteo Centini e l’arringa dell’avvocato Michele Morenghi. Oltre ai cinque anni - al medico è stata riconosciuta la continuazione del reato e il fatto che fosse incensurato - il medico è stato condannato a una multa di 30mila euro e all’interdizione dai pubblici uffici.

Per il medico, il pm aveva chiesto la condanna a 8 anni e mezzo. La pubblica accusa, inoltre, ha chiesto di vautare il reato di falsa testimonianza per cinque persone che avevano deposto al processo. Il suo difensore, invece, l’assoluzione o, in caso di condanna di considerare la lieve entità del fatto e l’incensuratezza. Duri gli interventi di pm e difesa. Prima di loro, però, il professionista aveva reso una dichiarazione spontanea alla Corte, dicendo di aver sbagliato ad usare coca e di aver frequentato persone ambigue. Il dentista, visibilmente provato, ha affermato di aver accusato il colpo a livello psicologico e morale, dicendosi dispiaciuto e scusandosi con la sua famiglia, per i genitori (medici) e per la sorella (magistrato). Un abisso, quello in cui era finito, che lo aveva travolto in modo inaspettato: «Ho sempre vissuto nella legalità».

avvocato michele marenghi-2Il pm Centini ha ripercorso le tappe dell’inchiesta svolta dai carabinieri tra il 2010 e il 2011, in città. «Non sottovaluto il dramma personale» ha affermato il pm, ma le testimonianze delle trans ascoltate erano credibili. Testimonianze sorrette anche dai riscontri dell’indagine dei carabinieri. L’acquisto e l’uso di cocaina erano accertati, così come il fatto che lo stupefacente servisse per pagare le prestazioni sessuali. Il contesto, poi, ha ricordato il pm vedeva una trans come colei che sfruttava e taglieggiava le altre. Questa aveva un legame con alcuni poliziotti, poi finiti sotto inchiesta e condannati, perché forniva loro informazioni. E il medico, secondo il pm, conosceva alcuni agenti e si sentiva sicuro, tanto che viaggiava con forti quantità di coca (dalle deposizioni è emerso che a volte portava buste con 15 grammi). La coca veniva acquistata da una coppia a Borgotrebbia. Dalle intercettazioni nell’auto sono emerse discussioni su come dividerla fra i vari partecipanti. Le trans, infine, sono credibili secondo l’accusa: alcune di loro hanno raccontato i fatti nonostante fossero clandestine, oppure avessero ammesso l’uso di coca. E questo nonostante alcuni testimoni (poi indagati, ndr), tra cui un attore romano e alcuni piacentini, avessero negato l’uso di coca durante le feste.

Un’arringa giocata all’attacco, invece, quella di Morenghi. Il difensore ha esordito chiedendo la nullità del capo di imputazione, perché generico e indeterminato. Poi, è passato all’indagine svolta dai carabinieri criticando l’operato di un ufficiale e di un sottufficiale. «Li avevo anche segnalati alla procura e all’Arma, ma tutto venne archiviato. Altro pilastro dell’arringa di Morenghi è stata la mancanza di prove. Non è stato sequestrato un grammo di coca, né è stato possibile sapere quale principio attivo avesse lo stupefacente. Le trans, inoltre, giudicate credibili dall’accusa, non lo sono per la difesa. Alcune hanno detto di essere “fatte” per due giorni: come è possibile credere loro? Il legale è passato a sottolineare la stranezza di alcune dichiarazioni di tre trans: stesse frasi, in un giorno solo, a distanza di un’ora dall’altra, dette a verbale da tre sudamericani che non parlano bene l’italiano. Insomma, dichiarazioni fotocopia.

Per Morenghi, il suo cliente era uno che consumava con altre persone. E qui ha snocciolato alcune sentenze della Cassazione e della Corte d’appello di Bologna, sulla lieve entità e sul consumo di gruppo. «Dal punto di vista umano, la situazione è spiacevole, ma il mio cliente non è uno spacciatore. La pena richiesta è elevata rispetto alle accuse e i miei testimoni sono stati definiti menzogneri». Al termine, l’avvocato ha chiesto l’assoluzione. Dopo la sentenza, il legale ha detto di voler leggere le motivazioni della sentenza preannunciando già il ricorso alla Corte di appello.

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