Conti correnti aperti all’insaputa dei titolari, tre condanne e un’assoluzione

Alla Banca Farnese di Fiorenzuola nel 2007. La denuncia dei dipendenti di un'impresa di pulizie. Ma gli avvocati difensori: "Non è vero, tutti erano stati informati in una assemblea e poi non c'è stato alcun danno economico. Ricorreremo in appello"

Alla Banca Farnese di Fiorenzuola nel 2007. La denuncia dei dipendenti di un’impresa di pulizie. Ma gli avvocati difensori: “Non è vero, tutti erano stati informati in una assemblea e poi non c’è stato alcun danno economico. Ricorreremo in appello”

Tre condanne e un’assoluzione. E’ il risultato del processo di primo grado, oggi 18 novembre, per una vicenda cominciata nel 2007, a Fiorenzuola, dove la Guardia di finanza aveva denunciato alla procura alcune persone accusate di aver aperto conti correnti alla Banca Farnese all’insaputa dei titolari (decreto legge 625 del ’79) e anche del reato di violazione della privacy.

Questa mattina, il pm Giulio Massara ha chiesto di dichiarare la responsabilità degli imputati e il giudice Elena Stoppini ha condannato tre imputati, assolvendone uno. Anche se soltanto per alcuni degli episodi che erano stati contestati, sono stati condannati: il direttore Giovanni Gerevini (sette mesi e 5mila euro di multa); l’imprenditore Fausto Bianchi (7 mesi e 5mila euro); Daniela Bellani, impiegata di Bianchi,  6 mesi 15 giorni e 4mila euro; assolto con formula piena Matteo Bricchi, vice direttore della filiale fiorenzuolana della Banca Farnese. L’unico che non ha avuto la sospensione della pena è Bianchi, perché si trova già detenuto per bancarotta.

La pubblica accusa aveva chiesto pene più alte per tutti, che andavano da quattro mesi a un anno per aver aperto 14 conti correnti senza rispettare le regole del Testo unico bancario.

La vicenda era cominciata nel 2007, quando alla Finanza arrivò una denuncia di alcune persone che avevano detto di aver scoperto un conto corrente a loro nome, e a loro insaputa, alla Banca Farnese. Erano tutti dipendenti della impresa di pulizie di Bianchi.

Gli avvocati difensori dei quattro hanno dato battaglia. Secondo Sergio Castagnetti (Bricchi) non è mai emerso alcun rapporto tra Bianchi e il vice direttore e la Bellani ha affermato di aver solo parlato con il cassiere. Bricchi, secondo il legale, ha solo ricevuto i documenti dal direttore per l’apertura dei conti. “Il mio cliente è stato indagato solo perché era il vice direttore è finito nei guai per responsabilità oggettiva. E anche la Finanza non ha saputo spiegarsi perché fosse stato indagato” ha concluso Castagnetti chiedendo l’assoluzione.

Il direttore Gerevini era difeso da Matteo Dameli. “Non si può gettare la colpa tutta addosso a lui”. L’ex direttore aveva presentato Bianchi a Gerevini che gli porta alcuni correntisti. Il direttore ha aperto dei conti “che non hanno cerato danni a nessuno. E ancora: tutti i testi hanno detto che andavano a ritirare per sei mesi gli stipendi in quella banca “e in aula hanno detto di non sapere nulla. Non sono credibili”.

L’avvocato Emanuele Basile, del Foro di Lodi, assisteva Bellani. Secondo il legale non è stato commesso alcun reato, anche perché manca il danno patrimoniale. Non è stato creato alcun “nocumento”. Alla fine, il passivo su tutti i conti assommava a 43 euro e la Cassazione nel 2004 ha affermato che non si può parlare di danno.

Infine, Lorenza Dordoni, difensore di Bianchi, ha puntato il dito contro la poca chiarezza dell’accusa. In aula tutti i dipendenti hanno detto di non sapere di quei conti, ma un teste ha ricordato come in una riunione Bianchi avesse informato tutti i lavoratori della possibilità di aprire conti alla Banca Farnese con condizioni vantaggiose. “Bianchi aveva concordato buone condizioni e questo è normale. Alcuni hanno aderito, altri no, quindi nessun conto segreto”.

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I difensori dei tre condannati hanno già preannunciato ricorso in appello, dopo aver letto la sentenza.  E dopo tutti questi anni, il procedimento giudiziario è arrivato vicino alla prescrizione che scatterà nell’autunno del prossimo anno.

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