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Immagine di repertorio

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Contributo volontario "obbligatorio", la Consulta Studentesca: «Frutto sbagliato di anni di tagli»

La Consulta Studentesca: «L'istruzione pubblica e il diritto alla studio vanno rifinanziati e non si possono continuare a coprire anni di tagli con contributi imposti alle famiglie»

Anche la Consulta Studentesca di Piacenza interviene nel dibattito sul contributo volontario. «Ogni anno, nelle scuole italiane, assistiamo a migliaia di casi di imposizione del contributo "volontario". La possibilità della contribuzione monetaria da parte della famiglie venne introdotta nel 2007 dal DL 40/2007 per ampliare l’offerta formativa. In questo modo si cercava di organizzare più gite, aumentare attività laboratoriali e corsi di recupero. In sei anni l’idea originaria è stata completamente abbandonata a favore di una vera e propria tassazione imposta in modo coatto con minacce da parte di docenti e presidi autoritari. Talvolta gli studenti vengono minacciati dicendo che non gli sarà permesso iscriversi alla classe successiva, o molto spesso che non gli sarà consegnata la pagella. Delle volte invece viene spacciato come tassa di iscrizione, cosa assolutamente illegittima per vari motivi. Le cifre del contributo oscillano dai 40 euro ai 180 euro: numeri che tristemente confermano il grande ruolo che hanno le famiglie italiane nel sostentamento della scuola pubblica». Scrive in una nota Alessandro Bernini, presidente della Consulta Studentesca di Piacenza e coordinatore delle consulte dell'Emilia Romagna.

«Difatti, secondo i dati rintracciabili nel bilancio 2011/2012 del Ministero dell’Istruzione, le famiglie hanno contribuito per il 30 % al funzionamento generale delle scuole, mentre il resto è pervenuto per il 37 % dallo Stato, per il 13 % dall’Unione Europea, per il 7 % dai Comuni, per il 7 % dalle Regioni, per il 3 % dalle Province e per il 2 % dagli altri privati. Del 30 % delle famiglie solo la metà è stato destinato all’ampliamento dell’offerta formativa, mentre il resto dei fondi è stato usato per il funzionamento ordinario delle scuole, vessate dai tagli della legge 133 del 2008 e dai tagli ai fondi MOF. Eppure la normativa in merito alla tassazione scolastica è chiara. Il Decreto Legislativo 16 aprile 1994, n.297, nell'articolo 200, prevede quattro tipi di tasse scolastiche: tassa di iscrizione, di frequenza, di esame e di diploma. Inoltre ai sensi del combinato disposto dell’art.1, comma 5, e dell’art. 6, comma 1 del Decreto Legislativo 15 Aprile 2005, n.76 e dell’art. 28 del Decreto Legislativo 17 Ottobre 2005, n. 226, a partire dall’anno scolastico 2006-2007, il diritto dovere all’istruzione e formazione professionale comprende i primi tre anni degli istituti di istruzione secondaria superiore e dei percorsi sperimentali di istruzione e formazione professionale realizzati sulla base dell’accordo-quadro in sede di Conferenza Unificata Stato-Regioni, Città e Autonomie Locali del 19-6-2003».

«Conseguentemente, gli studenti che si iscrivono al primo, secondo e terzo anno dei corsi di studio degli istituti di istruzione secondaria superiore dovrebbero essere esonerati dal pagamento delle tasse scolastiche erariali.
Oltre al D.l 297/94, che specifica i tipi di tassazione, basterebbe ricordare l'art.34 della Costituzione per poter non pagare il contributo scolastico.Il MIUR ha più volte sottolineato con le note 312 del 20/03/2012 e 593 del 07/03/2013 che:
il contributo è volontario e non può essere imposto in alcun modo, le risorse ottenute dal contributo possono essere usate esclusivamente per ampliare l’offerta formativa e non per il funzionamento ordinario della scuola su principi di trasparenza ed efficienza le scuole devono fornire preventivamente la finalizzazione dei contributi e a fine anno rendicontarne l’utilizzo
le famiglie devono essere informate della detraibilità fiscale del contributo».

«In particolare, la seconda circolare ammoniva le scuole che impongono il contributo dicendo che così facendo non solo minano il clima di fiducia e collaborazione che dovrebbe instaurarsi con le famiglie, ma si va a ledere anche il diritto allo studio costituzionalmente garantito. Inoltre viene specificato che i Consigli d’Istituto, pur potendo deliberare la richiesta alle famiglie di contributi di natura volontaria, non possono obbligare in alcun modo le stesse, soprattutto in riferimento all’articolo 23 della Costituzione ai sensi del quale “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”.
I casi di imposizione e cattivo utilizzo del contributo volontario sono frutto anche di una più ampia e drammatica situazione a cui è giunta la scuola pubblica italiana.  Anche questo è il risultato di anni di tagli che hanno prodotto una sua privatizzazione de facto, riscontrabile nei costi sempre più elevati di accesso e nell’incapacità di sostentarsi autonomamente senza dover affidarsi a privati. Non possiamo accettare che l’emergenza possa divenire normalità e siamo ben consapevoli di quanto dietro i tagli e la dequalificazione dell’istruzione pubblica vi siano precise volontà politiche. Soprattutto oggi, con la crisi economica che impoverisce sempre più, non possiamo permettere che studenti vengano minacciati o subiscano ritorsioni per non aver voluto o potuto pagare il contributo “volontario”. L’istruzione pubblica e il diritto alla studio vanno rifinanziati e non si possono continuare a coprire anni di tagli con contributi imposti alle famiglie. Perciò, come Consulta di Piacenza, crediamo che: il contributo scolastico debba essere esclusivamente volontario, le risorse dell’eventuale contribuzione debbano essere unicamente indirizzate all’ampliamento dell’offerta formativa, le scuole debbano rendere pubblica la finalizzazione del contributo
le scuole debbano garantire e strutturare progetti di bilancio partecipato per favorire la partecipazione studentesca nell’indirizzo delle risorse presenti nel Programma annuale e il Miur debba provvedere a chiarire con una nuova circolare tutti gli aspetti della contribuzione volontaria.  Infine rivendichiamo con fermezza che il Governo destini ingenti finanziamenti all’istruzione pubblica e al diritto allo studio per garantire la gratuità e la qualità della formazione pubblica. Siamo convinti che sia una priorità improrogabile investire sui saperi, garantirne il libero accesso e restituire loro il ruolo di vettore di emancipazione individuale e collettiva come del resto viene ribadito agli articoli 3, 33 e 34 della nostra Costituzione». 

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