Corsi (d’acqua) e ricorsi (storici) per non sbagliare ancora

 6 gennaio 1977, Epifania.
Intorno alla tavola per il pranzo con la famiglia riunita a Morfasso (è anche il compleanno di Claudio, mio fratello), manca poco al caffè.
Suonano alla porta: è Roberto (Inzani), fontaniere e factotum del Comune che si accomoda con noi, prontamente servito di un buon bicchiere di vino rosso.
Si chiacchiera del più e del meno e solo dopo un bel po’ dice a mio padre (Cesare, falegname): “Sai, ad Oneto c’è una casa con qualche crepa; mi fai qualche picchetto di legno, con degli scarti, per segnalare il pericolo?”
Scendo anch’io in falegnameria (con calma, non c’è alcuna urgenza), preparo i picchetti e poi accompagno Roberto ad Oneto, soprattutto per una grande curiosità.

Arriviamo sul posto e ci accorgiamo subito che c’è qualcosa di serio: la vecchia frana che parte proprio sotto le case di “Cà Giamba” si è rimessa in moto e sta interessando – per ora senza troppi danni – la prima casa trovata sul suo cammino.
Passa poco tempo ed i segni cominciano ad interessare - sempre più velocemente – altre case vicine provocando tensione negli abitanti.
Capiamo che la cosa si sta facendo drammatica ed avvisiamo subito il sindaco (Renzo Rodi, cugino).
In poco tempo la forza della natura comincia a prendere possesso dell’opera dell’uomo: possiamo solo invitare tutti ad uscire dalle case velocemente ed a coinvolgere gente per recuperare quanto più possibile.
Il Comune comincia a mobilitarsi con le sue poche risorse ed avvisa la Prefettura: allora non si parlava ancora di “Protezione Civile”; si chiamano anche Carabinieri, Vigili del fuoco e Polizia che arriva da Piacenza (55 km.).
Stiamo vivendo qualcosa di nuovo che non conosciamo assolutamente in queste dimensioni.
Un dolore forte, sordo, angoscioso nell’assistere a quel lento ed inesorabile deformazione dello scenario: prima le crepe poi – sempre lentamente – muri che si inclinano come al rallentatore per poi crollare. Il senso di impotenza ti stringe la testa ed il cuore davanti a questo film che scorre non lontano dalle tue mani vergognosamente inutili.

Cominciano ad arrivare in tanti (grazie anche alle campane suonate dalla chiesa di Sperongia) e ci troviamo davanti anche ad un problema singolare: gli animali da soccorrere e da smistare presso le stalle di amici.
Dieci, cento le braccia di giovani e meno giovani che si danno da fare per portare in salvo effetti personali e beni di poco valore: ho ancora negli occhi le immagini di “Giuan dal Bul” che si arrampica come un felino aggrappandosi alle grondaie pericolanti, sordo agli inviti a lasciar stare perché troppo pericoloso.

Siamo tutti concentrati sulla prima parte delle case e non ci accorgiamo che dietro di noi, l’unica strada che raggiunge Oneto, è improvvisamente interrotta da una grande fenditura che impedisce – così - ai veicoli di poter uscire.
L’evidente dramma non basta a convincere una coppia di anziani che non intende minimamente obbedire all’ordinanza del sindaco per l’evacuazione della casa: “ci abbiamo messo una vita per costruirla, ora non ce ne andiamo, per nulla!”. Che si fa, forziamo con i carabinieri? No, ci pensa Franco (Saccomani), vice sindaco a convincerli ad uscire dopo una interminabile trattativa condita da urla e lacrime: come dimenticare i visi di quei nonnini che vedevano distruggere in pochi attimi il sogno di una intera vita?
Arriva la notte (la prima) di lavoro interminabile con le fotocellule dei Vigili del Fuoco che illuminano poliziotti volenterosi con sacchetti di plastica ai piedi per coprire calzature certamente non idonee: siamo consapevoli che è una sperimentazione per tutti, con tutti i limiti del caso.
Ci troviamo riuniti in assemblea nella casa che si trova nel lato opposto della frazione, non toccata dalla frana, intenti a valutare e trovare qualche azione efficace da intraprendere, la stessa casa in cui si era accatastata la merce recuperata dalle costruzioni crollate: improvvisamente una crepa sul pavimento, qualche attimo di silenzio stupito e capiamo che quella non è una zona indenne. Via a riprendere le cose di corsa.

Il giorno dopo arrivano i militari del Genio. Installano una teleferica che attraversa il torrente Lubiana e chi passa per primo? Sempre “Giuan dal Bul” temerario, generoso e buffo, lui che ritenevamo un po’ un personaggio di serie B per le sue stravaganze ben note.
Si coinvolge il Genio Civile con la “famosa” legge 1010 per gli interventi urgenti, unico strumento disponibile per affrontare l’emergenza.
Le case continuano a crollare ed un intero vigneto scivola – assurdamente integro – a valle, sino al torrente (dove lo si può ancora vedere).
Non esistono normative, organizzazione, protocolli. Niente e così quello che oggi chiameremmo COM (Centro Operativo Misto) viene allestito nella trattoria “Cà Ciancia” di Francesco Croci dove la Giuliana comincia a preparare pasti per tutti, giorno e notte, senza che i titolari si preoccupino di chi poi pagherà: non è certo il momento per questi problemi! E così militari, funzionari, poliziotti, vigili del fuoco, giornalisti, sfollati… hanno la piccola fortuna di gustare i salumi che avevano resa famosa la trattoria.
Arriva la seconda notte; il comune non ha mezzi propri così si chiede al “Lino” (Silva), che ha un impresa di movimento terra, di prestare la sua Campagnola. Renzo (il sindaco) ed io passiamo la notte dentro questo fuoristrada a monitorare lo strozzamento della frana sul Lubiana; non abbiamo strumenti particolari e così ci facciamo prestare da “Celestino” (Malvisi, perito edile con studio a Morfasso) qualche palina bianco/rossa che poi sarà inghiottita dalla frana stessa.
Nel silenzio e con le palpebre violentate dalla fatica Renzo mi dice, con lo sguardo fisso all’acqua: “questa cosa è troppo grossa per noi; devi fare baccano e portare qui quanti più possibile per far vedere cosa sta succedendo, se no  non potremo mai avere i mezzi per aiutare questa nostra gente”.

Gli prometto (gli giuro) che farò di tutto; ma come, io che sono solo un ventenne novizio praticante a Libertà?
Il giorno dopo mi ricordo di Piero Pasini, capo redattore sportivo della sede RAI di Bologna, conosciuto perché aveva sposato una signora proveniente da Groppo Visdomo e che avevo incontrato l’estate prima durante una sua vacanza nel piacentino.
Lo chiamo in RAI (mica facile!) e gli racconto cosa sta succedendo pregandolo di aiutarci. Facciamo qualche corrispondenza dettandogli notizie al telefono  (chi ricorda la famosa “reversibile” che permetteva, attraverso il centralino della SIP, di fare chiamate ai giornali con pagamento a carico del destinatario?).
Il giorno successivo insisto con Pasini per avere una troupe sul luogo: “Francesco sei sicuro che ne vale le pena? Non mettermi in difficoltà con l’azienda!”

Lo convinco e così mandano un operatore, il mitico “Prati” con una cinepresa che funzionava con pellicola e caricamento ….. a molla; il parroco di Sperongia suona le campane per far accorrere ancor più persone ma non ce n’è bisogno.
Prati riporta quelle immagini di distruzione infinita in RAI i cui responsabili si convincono a tal punto che da quel momento la cosa viene seguita dai TG e GR nazionali. Una cassa di risonanza ampia oltre le aspettative. E così la notizia varca i confini nazionali arrivando nei notiziari oltre oceano dove però “Oneto” diventa prima solo “Morfasso” e poi solo “Piacenza”: immaginate la preoccupazione dei tanti emigrati che cominciano a tempestare di telefonate amici e parenti per capire bene di cosa si tratta.
Insistiamo ancora con i nostri politici ed il più sensibile è l’On. Sergio Cuminetti (già Sottosegretario con delega all’editoria) e così si mobilita anche “Famiglia Cristiana”, già allora il periodico più letto in Italia.
Arriva direttamente il Vice direttore (Claudio Ragaini) che resta con noi più di una giornata.

Esce così un reportage speciale di parecchie pagine che, partendo dalla frana, racconta di emigrazione post guerre, di giovani lontano da casa l’intera settimana per studiare, di abbandono dell’agricoltura, di economia assente, ecc.
Spicca una grande foto del Vice Sindaco sopra un campo deformato all’inverosimile dalla forza dello smottamento.
Dimenticavo: Oneto era stato costruito su di una paleofrana, già disastrosa ad inizio del ‘900; qui non centrano piani regolatori o sofisticati strumenti urbanistici; l’uomo ha costruito in questo caso laddove il terreno era piano contravvenendo, però, ad una saggia abitudine che vedeva normalmente le costruzioni lontane dai corsi d’acqua ed ancorate alle zone più sicure.
Da quell’evento del gennaio ‘77 comincia a d evidenziarsi con forza il grande dissesto dell’Appennino piacentino.

A Morfasso dopo Oneto arrivano le frane di Variano, Gazzola, Cimelli, ecc. Si scopre che ben l’85% del territorio comunale è interessato da dissesto idrogeologico.
Poco dopo ecco la grande frana di Bramaiano (Bettola) e, proprio per l’esperienza acquisita, viene chiamato a mo di consulente proprio Renzo Rodi che accompagno anch’io senza tentennare.
Arriviamo sul posto (poco lontano da Morfasso) e ci accompagnano subito al cimitero dove la frana sta portando allo scoperto le bare interrate o collocate nei loculi; non si sa di preciso cosa fare ma evidenziamo immediatamente il problema igienico. E’ difficile, molto difficile fare un cordone sanitario ed evitare ai famigliari dei defunti di raggiungere quello che resta dei propri cari.
Che si fa di questi poveri resti? Viene allora in mente di chiamare una fabbrica di cofani funebri del Veneto per farne portare a decine per poi collocarli provvisoriamente in altri cimiteri.
La misura della frana ci viene data puntualmente dalla cabina prefabbricata dell’ENEL che, senza rompersi, scivola lentamente a valle – inclinata – e li vi rimane per anni, quasi a voler testimoniare, appunto, il predominio della natura sull’opera dell’uomo che se ne va con arrogante indifferenza alla nostra forza e capacità.

Ma è anche il periodo della frana che a Veleia investe la grande dorsale del metanodotto che collega La Spezia a Cortemaggiore, metanodotto  che si incendia con fiamme alte decine e decine di metri. Fortunatamente è domenica perché a bruciare è … la scuola elementare del luogo.
Anche qui un frammento di immagine indelebile nella mia mente: un gruppo di galline che – guidate da quale perversa attrazione – corrono in direzione del fuoco e ”svaniscono” nel nulla nell’aria rovente ancora prima di incontrare le fiamme.
Un evento che ha costretto la SNAM ad interventi radicali per scoprire tutta la condotta ed inserire un sistema di rilevamento con sensori specifici.
Da allora abbiamo assistito a diversi interventi di sistemazione del dissesto del nostro Appennino con normative che impongono, da anni, la necessità di una perizia geologica preventiva per ottenere permessi edilizi.
 
“Nuova Oneto” ricostruita non lontano da quella crollata: la prima volta che vedevo nel mio comune un gruppo di case nuove, ben allineate e addirittura con i marciapiedi: forse il primo esempio di “new town” di cui sentiamo parlare in questi mesi?
 
Sono passati anni e ci ritroviamo ieri a Sarno ed oggi a Messina ….
E domani?

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