Così madre e figlia razziavano gli appartamenti

Due donne sinti processate per furto. Usavano sempre la stessa tecnica: una suonava il campanello chiedendo alla vittima di scendere e l’altra saliva razziando la casa

La tecnica era sempre la stessa: una suonava il campanello invitando la vittima a scendere per firmare alcuni documenti, l’altra saliva le scale e si infilava in casa per rubare. Sono le accuse nei confronti di due nomadi, di etnia sinti, residenti nell’Astigiano e ritenute responsabili di almeno 4 furti in città nel giugno del 2018. All’udienza presieduta dal giudice Sonia Caravelli, pm Antonio Rubino, hanno deposto alcuni testimoni tra cui una colf e un poliziotto e un carabiniere che hanno svolto le indagini. La collaboratrice domestica ha raccontato nel dettaglio che cosa avvenne in un condominio sul Pubblico Passeggio. Dopo aver sentito suonare e risposto al citofono, la donna era scesa non trovando nessuno all’ingresso. Aveva, però, notato una giovane che era in attesa lì vicino. Risalita, entra in casa - lasciata aperta - e non trova più la propria borsa che era sul tavolo. Comincia a preoccuparsi della ragazza che stava dormendo in un’altra stanza.

La giovane si sveglia e dice di non aver notato nulla di strano. La colf continua a cercare la borsa e le viene il sospetto che sia accaduto qualcosa. Avverte la proprietaria dell’appartamento, la quale rientra e scopre di essere stata derubata. Poi chiama la polizia. La colf ha riconosciuto nelle foto la donna fuori dalla porta. Un poliziotto della Squadra mobile ha raccontato che le indagini hanno preso il via dopo l’arresto a Rivergaro di una donna che era solita rubare, insieme con la figlia, in casa con la stessa tecnica. La polizia risale al cellulare e scopre che è in uso a alla madre, anche se appartiene a un’altra donna. La sinti viene così arrestata. Il difensore delle due nomadi, l’avvocato Davide Gatti del Foro di Asti chiede all’agente se avesse mai fatto una perquisizione alla due assistite o casa dell’intestataria del telefono e se fosse mai stata trovata o cercata la refurtiva. La risposta è stata no. Un carabiniere della stazione di Piacenza principale ha spiegato le indagini fatte attraverso alcune immagini ricavate da telecamere sulle strade che hanno portato al riconoscimento della figlia. In questo caso, un furto era stato commesso in una casa di Corso Vittorio Emanuele. Il sottufficiale ha detto di aver riconosciuto in modo chiaro la figlia vicino alla porta di ingresso - nonostante avesse un paio di occhiali da sole - perché aveva già indagato su di lei. La difesa ha obiettato sostenendo che non c’è stata alcuna perizia su quelle immagini. Il processo riprenderà in giugno.

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