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Sabato, 21 Maggio 2022
Cronaca Giudiziaria

Crack Dorini, assolto l'avvocato piacentino Antonino Desi

Ne dà notizia lo studio legale di Elena Abbate che ha assistito il professionista nella vicenda giudiziaria

«Nei giorni scorsi il giudice dottor Luca Milani ha mandato assolto l’avvocato Antonino Desi, noto professionista della nostra città, per tutte le imputazioni che gli erano state contestate in merito alla vicenda “Dorini”». A darne notizia è lo studio legale di Elena Abbate che ha assistito il professionista nella vicenda giudiziaria.
«Il caso Dorini - scrive lo studio legale in una nota stampa inviata alla redazione - scoppiò nel 2015 allorché il gruppo aziendale, che costituiva il più importante concessionario per il Nord Italia nella vendita di veicoli industriali Volvo, vide dichiararsi il fallimento di varie società tra la Toscana e Piacenza. 
In quelle circostanze, alcuni membri della famiglia Dorini erano finiti nel mirino di una maxi-inchiesta, la “Grecale Ligure”, seguita dalla Direzione Investigativa Antimafia di Genova, che prendendo le mosse da sospette collusioni con la ‘ndrangheta calabrese di un altro importante imprenditore toscano, Casprini, aveva finito con il toccare marginalmente i Dorini che con Casprini erano in stretti rapporti d’affari. 
In quella inchiesta era risultato che diverse società del Gruppo Dorini versavano in stato di insolvenza, con pesanti indebitamenti per decine di milioni di euro. Fu così che la procura della Repubblica di Piacenza, in persona dell’allora pubblico ministero Roberto Fontana, a luglio 2015 chiese e ottenne dal tribunale di Piacenza la dichiarazione di fallimento delle principali società del gruppo; società che nel frattempo erano state svuotate dei loro patrimoni attraverso complesse manovre distrattive che avevano fatto confluire beni immobili, partecipazioni sociali e centinaia di autoveicoli industriali su società-cassaforte a loro volta intestate a società fiduciarie anch’esse riferibili ad alcuni membri della famiglia Dorini.
Alcuni fallimenti vennero affidati dal tribunale al curatore avvocato Antonino Desi, il quale rintracciò a La Spezia il prestanome che era stato messo a capo delle società, Giuseppe Fago, un disoccupato poi condannato per il concorso nella bancarotta fraudolenta dei Dorini. Lo stesso Fago era colui che aveva firmato le delibere che avrebbero dovuto trasferire le società fallite in Bulgaria al fine di sottrarle alla competenza giudiziaria dello Stato italiano; il tutto sotto la supervisione di Vittorio Petricciola e Pierpaolo Zambella, rispettivamente un commercialista e un avvocato anch’essi poi condannati, entrambi di La Spezia, e ai quali i Dorini si erano affidati. Tuttavia, prima ancora che il trasferimento in Bulgaria potesse essere attuato, l’avvocato Desi aveva recuperato le scritture contabili in un capannone dismesso alle porte di Guardamiglio e le aveva messe a disposizione delle indagini della procura e della DIA.
Nel settembre 2016 tutti i beni fittiziamente reintestati, nonché il patrimonio personale della famiglia Dorini, vennero sottoposti a sequestro giudiziario dall’allora giudice per le indagini preliminari dottor Giuseppe Bersani, il quale ordinò l’arresto di svariati personaggi coinvolti nella vicenda: oltre ai menzionati Fago, Petricciola e Zambella, finirono agli arresti sia Angelo Dorini, che delle aziende era il patron, sia il figlio Pierangelo, sia il loro factotum Gian Marco Govi, dirigente amministrativo delle società del Gruppo. Tutti costoro, in successive riprese, patteggiarono pene detentive da pochi mesi ad alcuni anni, come pure altri personaggi quali: Carmen Grillo, moglie di Angelo Dorini; Roberto Piras, che era tra i protagonisti principali dell’inchiesta spezzina “Grecale Ligure” per i presunti coinvolgimenti con la ‘ndrangheta e anche trait-d’union tra l’imprenditore Casprini e Angelo Dorini, nonché accusato di essere artefice e organizzatore della sparizione del parco-macchine delle società fallite; e Stefano Godani, altro commercialista che l’avvocato Desi aveva individuato presso la Confcommercio di La Spezia, dove un paio di società fallite avevano temporaneamente fissato una fittizia sede legale prima di poter concretizzare il trasferimento in Bulgaria.
Con la stessa ordinanza cautelare che metteva agli arresti vari indagati e sottoponeva a sequestro i beni dei Dorini, il GIP Giuseppe Bersani ritenne tuttavia di contestare al curatore fallimentare Desi alcuni fatti nei quali il pubblico ministero Roberto Fontana ravvisava dei reati: in primo luogo, un concorso in bancarotta fraudolenta documentale, reato che scatta quando vengono sottratti documenti o scritture contabili per sottrarre il patrimonio ai creditori, con specifico riferimento a un paio di lettere e a una fattura che il dirigente Gian Marco Govi e il commercialista Petricciola avevano predisposto con l’intento di far falsamente figurare che un ramo aziendale di una società fallita era stato ceduto a un’altra società dello stesso Gruppo Dorini che fino a quel momento ne era affittuaria. In secondo luogo, un falso in atto pubblico, per aver il curatore sottaciuto nella sua relazione al giudice delegato che quel ramo aziendale non era più in affitto, ma appunto che era da considerarsi fraudolentemente ceduto.
Con queste contestazioni, il GIP aveva perciò sospeso il curatore Desi dall’incarico salvo però revocare la propria ordinanza cautelare dieci giorni dopo, allorché l’avvocato aveva presentato al tribunale le sue dimissioni da curatore. Per tutti i beni sequestrati il giudice aprì la procedura di amministrazione giudiziaria, che proseguì sotto la direzione del nuovo GIP, la dottoressa Stefania Di Rienzo, essendo stato il giudice Giuseppe Bersani nel frattempo trasferito prima a Cremona e poi ancora trasferito dal Consiglio Superiore della Magistratura per incompatibilità ambientale ad Alessandria nell’ambito dell’inchiesta che lo vedeva inquisito dalla procura di Ancona, competente su Piacenza, e infine condannato a una pena patteggiata di otto mesi di reclusione per il reato di abuso d’ufficio commesso quando era giudice fallimentare; e ulteriormente inquisito prima dalla procura di Venezia e di Ancona, e quindi di Roma, nel presunto reato di corruzione per aver favorito il giudice Ettore Preioni alla presidenza del tribunale di Cremona.
Di fronte alle dimissioni del curatore Desi, in un primo momento il tribunale nominò nuovo curatore una commercialista di Cremona, Elisabetta Pasquali, la quale dopo qualche giorno dichiarò di rinunciare all’incarico. Venne quindi nominato il commercialista Marco Todeschini, anch’egli di Cremona.
Trascorsi circa cinque anni, la procura di Piacenza, per il tramite del pubblico ministero dottor Antonio Colonna che aveva sostituito Roberto Fontana nel frattempo trasferito alla procura di Milano, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’avvocato Desi per i due reati che gli erano stati contestati dal giudice Bersani, con l’aggiunta del reato di interesse privato per aver il Desi, come curatore, ceduto a un prezzo ritenuto troppo basso alla società affittuaria quel ramo d’azienda appartenente alla società fallita.
Il processo si è tenuto con il rito abbreviato avanti il giudice dottor Luca Milani, e dopo varie udienze si è concluso con l’assoluzione dell’avvocato Antonino Desi per non aver commesso il fatto, quanto al reato di bancarotta documentale per sottrazione di documenti, e perché i fatti non sussistono, quanto ai reati di false dichiarazioni nella relazione fallimentare e di interesse privato.

Scrivendo la parola fine all’odissea vissuta per oltre cinque anni dall’avvocato Antonino Desi, il giudice ha rigettato anche le richieste del curatore Marco Todeschini che era succeduto a Desi e che ne aveva chiesto la condanna sostenendo che Desi aveva ceduto il ramo aziendale a un valore inferiore rispetto a quello di 2.940.000 euro cui l’intera azienda affittuaria era stata ceduta dall’amministratore giudiziario.
L’imputato era assistito dall’avvocato Elena Abbate mentre l’accusa era rappresentata dal pubblico ministero dottor Antonio Colonna».

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