Danni da selvaggina, Chiesa (Confagricoltura): «Qualcuno deve pagare»

Era giugno dello scorso anno quando, nella notte tra il 12 e il 13, intere famiglie di lepri banchettarono nei campi di peperoni alla Veggioletta dell'azienda dei fratelli Gandini. Chiesa: «Torniamo a richiedere un cambio di paradigma»

I campi dell’azienda Gandini

Era giugno dello scorso anno quando, nella notte tra il 12 e il 13, intere famiglie di lepri banchettarono nei campi di peperoni alla Veggioletta dell’azienda dei fratelli Gandini. Confagricoltura Piacenza ha sostenuto sin da subito la linea che oggi, a conclusione della richiesta di indennizzo, l’impresa intende confermare adendo le vie legali nei confronti dell’Amministrazione Provinciale, a fronte di un danno produttivo di centinaia di migliaia di euro, senza contare le negative ripercussioni sulle relazioni commerciali con la Gdo per la mancata consegna della merce.

«Torniamo a richiedere un cambio di paradigma – sottolinea Enrico Chiesa, presidente di Confagricoltura Piacenza - Si deve lavorare prioritariamente sul contenimento della fonte di danno ed abbandonare la logica dell’indennizzo successivo e non sempre certo. Quando i danni si verificano, poi qualcuno deve pagare, non sono più accettabili offensive stime al ribasso che non includono, ad esempio, nella quantificazione del danno arrecato, il valore di trasformazione dei prodotti agricoli compromessi». Quando si è verificato l’episodio, Confagricoltura Piacenza ha prontamente avviato le pratiche amministrative per far ottenere all’agricoltore il risarcimento che la norma prevede, ma ciò che è stato proposto è ben poca cosa in proporzione ai danni subiti.

«Purtroppo non è una sorpresa – commenta Chiesa – serve maggior responsabilità da parte di chi antepone la tutela della fauna selvatica alla sopravvivenza delle imprese e all’incolumità delle persone. Mi riferisco, per questo aspetto, alle scorribande di ungulati che proliferano ormai anche nelle zone periurbane e all’episodio avvenuto pochi giorni fa del cinghiale che ha causato l’incidente a Caratta. Chiediamo, inoltre, un po’ di pragmatismo: il danno procurato all’azienda associata riguarda una superficie di 25 ettari. Considerando le imprese, non gli orti famigliari, è impensabile poter recintare tutte le superfici, per contro, gli strumenti dissuasori hanno ampiamente dimostrato la loro inefficacia. Serve una riprogettazione delle zone di ripopolamento e cattura, che gli animali selvatici presenti sul territorio agricolo siano ricondotti entro limiti sostenibili per il territorio stesso, serve che gli agricoltori non siano i soli a sostenere le spese di una fauna selvatica che non gestita non è tutelata e non risulta funzionale ad alcuna preservazione dell’ambiente».

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