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I carabinieri il via Degani e la vittima

I carabinieri il via Degani e la vittima

Delitto Gambarelli, parte la caccia al tunisino

Omicidio in via Degani, i parenti si costituiscono parti civili. Il giudice: verificare se quell’uomo, già dichiarato latitante, è irreperibile. L'uomo era stato sgozzato nel 2013 nella sua abitazione di via Degani

Il gip ha disposto di verificare se il tunisino sia irreperibile o meno e ha accolto la costituzione di parte civile di tre parenti della vittima. E’ il risultato dell’udienza davanti al giudice delle indagini preliminari, Stefania Di Rienzo, pm Ornella Chicca, per l’omicidio di Giorgio Gambarelli, il 67enne ex fisioterapista ammazzato il 27 luglio del 2013, nella propria abitazione in via Degani. A ucciderlo sarebbe stato un tunisino di 31 anni, Alì Fatnassi, che aveva fatto perdere le proprie tracce. Secondo i carabinieri, l’uomo - accusato di omicidio premeditato - sarebbe tornato in Tunisia. Il tunisino è difeso dall’avvocato Emilio Dadomo, mentre i il fratello, la sorella e un nipote di Gambarelli sono assistiti dall’avvocato Matteo Dameli. Già dichiarato latitante, è accusato di aver stordito con dei farmaci Gambarelli, poi di averlo colpito al collo con due fendenti recidendogli la vena giugulare, facendogli così perdere molto sangue che ha poi provocato uno choc emorragico che non gli ha lasciato scampo. Lo straniero, a cui gli investigatori hanno sempre dato la caccia, dovrebbe essere tornato nel proprio Paese di orgine. I carabinieri del Nucleo investigativo lo avevano fatto dichiarare latitante nel settembre del 2013, facendo spiccare un mandato di cattura europeo e attivando anche l’Interpol. Dell’uomo, però, tuttora non ci sono tracce. Il 31enne è il principale indiziato. Dalle indagini, sono emersi il Dna e la traccia del cellulare. Una macchia di sangue era stata trovata dai carabinieri del Ris su un cassettone nella camera da letto di Gambarelli che, con buona probabilità, prima di essere sgozzato, nonostante fosse intontito dai farmaci, aveva cercato di difendersi. I carabinieri avevano poi sottoposto a un tampone salivare un parente del sospettato per comparare i due Dna. E la compatibilità trovata è stata elevatissima.

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