Dissidenti del centro islamico: «Vogliamo sapere dove sono finiti i soldi»

Come promesso i "dissidenti" del Centro Islamico di via Caorsana nel pomeriggio del 17 aprile si sono riuniti nel parcheggio del cimitero per manifestare il proprio dissenso nei confronti del gruppo dirigente che, a detta loro, "pretende di gestire l'associazione in questione come un bene privato". Dal direttore generale arriva un "no comment"

Un momento della protesta

Come promesso i "dissidenti" del Centro Islamico di via Caorsana nel pomeriggio del 17 aprile si sono riuniti nel parcheggio del cimitero per manifestare il proprio dissenso nei confronti del gruppo dirigente che, a detta loro, "pretende di gestire l’associazione in questione come un bene privato". Le accuse che i fuoriusciti dalla comunità rivolgono loro sono di poca trasparenza circa i bilanci e la documentazione economica che riguarda il centro. Il direttore generale, Yassine Baradai, invece ha risposto al gruppo di non avere nulla da nascondere.  E proprio mentre, a pochi metri dal centro, andava in scena la protesta, all'interno dei locali si riuniva l'assemblea con il compito di votare il nuovo statuto. Il direttore generale, contattato dalla stampa, ha risposto alle domande dei giornalisti con un "no comment".

«Ci preme  sottolineare che la nostra azione non è rivolta contro la comunità o contro il centro islamico come qualcuno vuol far credere ma e contro un gruppo dirigente che pretende di gestire l’associazione in questione come un bene privato. Gruppo dirigente, forte anche di un sostegno, in buona fede  da parte delle istituzioni locali, che non permette nessuna forma di opposizione democratica all'interno della nostra comunità e chiunque osa contrastarli o esprime un opinione diversa non solo  viene espulso, con accuse costruite ad’arte, segnalato alle forze dell’ordine come uno poco di buono, ma viene diffamato denigrato agli occhi dell’intera comunità per bocca dell’Imam. Creando così una clima difficile di convivenza». Fanno sapere. 

«Vogliamo ringraziare l’Amministrazione Comunale, la Prefettura e le forze dell’ordine, la società civile per il loro prezioso aiuto dato durante questi anni alla nostra gente. Siamo fiduciosi  che anche dopo questi fatti  non smettano di aiutare la nostra comunità nella strada dell’integrazione.  Rivolgiamo un invito caloroso alla Lega Nord e tutte le forze di opposizione di non usare politicamente questa vicenda delicata perché gran parte del merito della nostra azione va al lavoro formidabile che  istituzioni locali  hanno svolto all'nterno della nostra comunità.  Perché è stata  la loro presenza  sincera che ci ha incoraggiati ad opporci a questa realtà difficile. Per questo motivo li invitiamo ad unirsi a questa gente di buona volontà per continuare nella strada della collaborazione perché solo in questo modo possiamo sconfiggere il male, garantire un futuro migliore ai nostri figli e onorare  il nostro amato paese, Italia». 

«Infine vogliamo far presente a gli organi competenti  che la nostra situazione, dopo la conferenza stampa nel centro è diventato assai pericolosa. Ad alcuni di noi è stato comunicato verbalmente in presenza delle forze dell’ordine di non presentarsi più nei locali nemmeno per le preghiere. Il Consiglio Direttivo anche con l’aiuto dell’Imam ci sta dipingendo agli occhi della povera gente come il cancro assoluto che va estirpato per salvare il corpo. Oltre a questo nella serata del 16 aprile l'Imam ha emesso un Fetwa (sentenza giuridico-religiosa emessa da un mufti) per i fedeli che non devono partecipare alla manifestazione  contro il consiglio direttivo e non devono dare informazione ai giornalisti. Per  questi motivi siamo stati oggetto  di insulti, intimidazioni, minacce e temiamo seriamente per la nostra incolumità e quella dei nostri famigliari. Siamo fiduciosi che gli organi competenti  prenderanno le misure necessarie per risolvere questa situazione, a dir poco incandescente». Conclude la nota dei dissidenti. 

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