«Don “Camo” continua ad accompagnare i nostri giovani»

Il ricordo di don Paolo Camminati, parroco di Nostra Signora di Lourdes, scomparso a soli 53 anni

Se ne è andato a 53 anni nel primo giorno di primavera don Camo, vocazione adulta che al diploma di ragioniere ha preferito le ragioni del Vangelo, curato dei giovani, parroco in quella nave sulle onde del tempo che è la chiesa di Nostra Signora di Lourdes. San Benedetto ci ha portato la prima rondine sul tetto, ma ci ha anche portato via lui, don Paolo Camminati. Se ne è andato insieme ad una lunga fila di altre vittime del coronavirus nello scampanio del silenzio, che ci echeggia solo nell’anima. E in questo silenzio mi sembra di udire le parole di Manzoni, poeta della Provvidenza, che dice che Dio non turba mai la gioia del suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande. Felici quelli che credono nella Promessa, e felici quelli che si portano nel cuore una parola di Dio e di speranza, e felici i felici. Ma che accadrà del gregge, se il pastore muore?

Si avvererà anche per don Paolo l’esempio del pastore che va avanti, la terribile magnificenza della speranza cristiana, che la nascita per essere vera anela alla rinascita, e che più grande della terra c’è solo la luce del cielo, e mai la terra è più vicina alla luce che nel crepuscolo, quando la terra è al confine della notte.

Don Paolo, un prete a viso aperto, un volto rotondo e solido sotto una boschina di capelli liberi al vento. L’avevo incontrato in San Giuseppe Operaio, dov’era braccio destro di don Giancarlo Conte, nell’autunno del 2003, alla vigilia del suo passaggio alla Madonna di Lourdes. Nella sua stanza dove negli scaffali erano raccolti testi di teologia (frequentava a Milano la facoltà teologica e stava preparando la tesi), ma anche volumi di saggistica e narrativa, qui m’aveva detto, perentorio come un giuramento: “Non mi chiuderò in un ufficio”.

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Mi aveva anche detto: “Di solito si crede che un prete giovane si trovi meglio con i giovani. Io mi sono trovato bene con tutti, giovani, adulti, anziani, malati, insomma con la mia parrocchia. Cos’è il massimo per un prete, la vita per un prete, se non questo, la parrocchia, che per me in questi anni è stato tutto”. La mia parrocchia!”, parole queste che don Paolo non poteva pronunciare senza emozione. Alle pareti della stanza, tra libri, fotografie e quadri, spiccava un disegno infantile a colori dedicato a “Zio Papo”. “Zio Papo sono io”, mi disse sorridendo. “Il disegno lo ha fatto per me mio nipotino Alessandro che ha sei anni”. La simpatia e l’affetto dei bambini e dei grandi lo inseguiranno anche adesso che è sulla via della rinascita, al punto del cammino che riunisce in sé tutto il passato e tutto il futuro.

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