«È stato mio figlio Gino ad uccidere sua nonna»

Il racconto in tribunale (tra le lacrime) di Maria Grazia Guidoni, accusata di aver ammazzato la madre Giuseppina Pierini, mette in luce il legame con i figli. E la difesa invoca la testimonianza di Facebook

Maria Grazia Guidoni

Udienza drammatica al processo in Corte di assise per l’omicidio di Giuseppina Pierini, avvenuto a Pontenure la sera del 3 luglio 2012. «A uccidere mia madre è stato mio figlio. Poi, insieme, abbiamo portato il cadavere nel nostro podere di Massa Marittima e lo abbiamo gettato tra i rovi. Quando tornai a casa e vidi Gino sulla porta, e poi il cadavere di mia madre, non chiamai i carabinieri perché non volevo vedere mio figlio in carcere». Fra le lacrime, Maria Grazia Guidoni - che si trova in carcere accusata di omicidio premeditato - ha raccontato del tremendo assassinio che sarebbe stato commesso dal proprio figlio Gino Laurini. Nella stessa udienza, oggi 13 marzo, è stato ascoltato il medico legale che ha eseguito la perizia sulle ossa. Al termine, i difensori di Guidoni, gli avvocati Gianpaolo Ronsisvalle e Roberta Sofia, hanno chiesto di ascoltare in aula Gino Laurini, di metterlo a confronto con la madre e hanno inserito tra i testi il responsabile Italia di Facebook. Quest’ultimo dovrà dire se è possibile recuperare un messaggio tra Guidoni e Andrea Tana la sera del 3 luglio, quando Giuseppina Pierini venne uccisa.

IL RACCONTO DI MARIA GRAZIA Il pm Roberto Fontana ha chiesto a Guidoni di raccontare cosa avvenne il 3 luglio 2012. Il giorno prima, poco dopo mezzanotte, Guidoni aveva accompagnato a Follonica i figli per le vacanze estiva, a casa dell’ex marito Giuseppe Bacci. Il 3 Guidoni racconta di essere tornata al mattino verso le 6 o le 7. Nel pomeriggio si reca in banca per ritirare del denaro e alla sera contatta Tana (suo compagno da alcuni anni). Mette a letto la madre, poi va dal compagno. Torna verso l’1 e vede Gino sulla porta. La donna, nonostante sia lucida, cede alla crudezza del ricordo, si commuove e piange: «E’ pallido, mi indica il corridoio. Lo percorro e vede nella stanza dei ragazzi mia madre a terra. Gli chiedo cosa è accaduto. Ero raggelata. Gino ha 18 anni e mi dice: “Ho fatto una cosa sbagliata”. Poi mi suggerisce di portarla al podere. Spoglio mia madre, la prendiamo e scendiamo in garage dove mettiamo il corpo nel portabagagli. Sull’auto carichiamo anche la carrozzella della nonna, che avremmo usato per trasportare il corpo una volta arrivati a Massa Marittima». La Fiat Panda parte. Prima la sosta per la benzina, poi una pattuglia di polizia che avrebbe fermato i due poco prima di uscire dall’autostrada. «Non ci siamo parlati per tutto il viaggio - continua Guidoni - tranne quando, dopo il controllo, Gino ha commentato: “Mamma ci è andata bene, se avessero aperto il portabagagli…”».

Madre e figlio arrivano al podere, salgono al primo piano con l’anziana sulla carrozzella e si portano sul terrazzo. «Gino va alla ringhiera - riprende Guidoni - e guarda dove ci sono i rovi. Mi madre era nuda. La lasciamo cadere tra i rovi». All’uscita, i due si accertano che dalla strada non si veda nulla - il casolare era disabitato e lasciato nell’incuria da tempo - e ripartono per Pontenure». Guidoni dice di non aver tentato di sotterrare la donna né di aver colpito il corpo (le ossa riportavano segni di lesioni, in particolare al cranio) e di aver sempre visto Gino vicino a lei. I due non si parlano e Guidoni spiega che durante il viaggio pensava a cosa dire, optando per la “scomparsa” della madre. La donna ha anche risposto a una domanda sul possibile movente del figlio: «Forse l’ha strangolata, dopo una discussione».

IL SILENZIO La vicenda è legata dall’amore della madre per i figli e dal silenzio che è calato su questa brutta storia per tre anni. Il presidente della Corte, Italo Ghitti, ha chiesto a Guidoni perché non avesse mai parlato con nessuno, «perché non avesse almeno inviato una lettera anonima ai carabinieri». Con le lacrime agli occhi, Guidoni ha risposto: «Volevo coprire mio figlio Gino. Non dormivo più. Sentivo le voci e il telefono squillare. Sono anche andata da uno psicologo all’Asl di Fiorenzuola. Feci allora la “recita” sostenendo che mia madre era scomparsa». E ancora: «A tutt’oggi non ho detto nulla ai miei figli. Ho raccontato delle storie». Guidoni si è anche detta pentita di aver fatto la falsa denuncia di scomparsa.

LA TELEFONATA Alle 5.22 del 3 luglio 2012 il numero di cellulare di Guidoni aggancia la cella di Pisa. «Era mio figlio Yuri Laurini che mi chiamava dall’hotel in cui lavorava, ma è subito scattata la segreteria telefonica. Io avevo accompagnato i miei figli Gino, Benito e Matteo Bacci dal padre a Follonica per le vacanze».

ACCUSA E DIFESA Duro il duello tra il pm e gli avvocati. Fontana ha contestato numerose dichiarazioni alla donna. Negli interrogatori precedenti, Guidoni aveva detto di essere andata al mare il 2 non parlando però dei figli. Inoltre, i 2 luglio disse di essere andata in auto dal compagno e il giorno dopo a piedi. In aula, invece, ha detto il contrario («ero confusa»). Il pm ha anche chiesto se era vero che avesse picchiato la madre e Guidoni ha detto di averle dato un ceffone una volta e di averla minaccia di abbandonarla in un campo «ma solo perché la malattia l’aveva fatta diventare come una bambina e io la volevo solo spaventare». La difesa, invece, si è opposta a molte domande dell’accusa - diverse accolte dal giudice - perché riportavano dichiarazioni altri testimoni.

GLI ATTREZZI Guidoni ha detto sì di aver acquistato una zappa e un badile e dell’acido, ma solo per i lavori. Aveva anche comprato del cemento, ma perché glielo aveva chiesto il suo compagno che lavorava nell’edilizia.

LE OSSA In apertura del processo è stato sentito il medico legale Luca Taiana, dell’Istituto di Pavia, che ha eseguito la perizia sulle ossa ritrovate. Il cranio riportava una lesione «significativa» occipitale con frattura prodotta da un corpo contundente. Anche il bacino era lesionato immondo lieve, così come i lobi parietali. Impossibile, però, dire se le lesioni siano state commesse poco prima o poco dopo la morte. Per l’accusa, Guidoni avrebbe cercato di fare a pezzi il corpo con il badile, ma non riuscendoci lo gettò tra i rovi, dopo aver gettato acido sul volto. Inoltre, le costole erano incrinate: forse la causa può essere l’impatto con un’area ampia. Il medico ha poi affermato, su domanda della difesa, che non è stato trovato l’osso ioide (nel collo) e che è impossibile verificare un eventuale strangolamento o la presenza di acido sul volto, perché non vennero trovate parti molli, ma solo ossa.

LA STORIA Il corpo di Pierini venne ritrovato la sera del 12 novembre 2015 nel podere di Massa Marittima (Grosseto). Accusati dell’omicidio - avvenuto secondo la procura il 3 luglio 2012 a Pontenure - dell’allora 63enne sono la figlia Maria Grazia Guidoni, 46, e il nipote (figlio di Maria Grazia) Gino Laurini, di 23. Le accuse sono di omicidio volontario premeditato, con le aggravanti di averlo commesso su una persona, un familiare, con minorata difesa (un’anziana malata di Alzheimer), per motivi futili e abbietti. Entrambi sono anche accusati di distruzione di cadavere. La donna, inoltre, deve anche rispondere di falso, per aver denunciato la scomparsa della madre.

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