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Immagine di repertorio

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«Fai arrestare la gente, te la facciamo pagare». Giornalista minacciata: in tre a giudizio

Violenza privata nei confronti della giornalista Emanuela Gatti. Con questa accusa sono stati rinviati a giudizio Carlo Pallavicini, e in concorso tra loro Mattia Fava e Stanislao Balzamo. Gli episodi contestati dalla procura della Repubblica di Piacenza sono due

Violenza privata nei confronti di una giornalista. Con questa accusa sono stati rinviati a giudizio Carlo Pallavicini (34 anni, ex consigliere comunale di Piacenza), e in concorso tra loro Mattia Fava (23 anni) e Stanislao Balzamo (39 anni). Gli episodi contestati dalla procura della Repubblica di Piacenza sono due: uno avvenuto in piazza Cavalli il 25 aprile 2019 durante il corteo per la Liberazione, il secondo a Castelsangiovanni il 24 maggio 2019 durante una manifestazione di protesta in occasione della visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Le indagini sono state svolte dagli agenti della Squadra Mobile e da quelli della Digos della questura di Piacenza coordinati dal sostituto procuratore Matteo Centini. I tre giovani, rinviati a giudizio e assistiti dall'avvocato Eugenio Losco del Foro di Milano, compariranno davanti al giudice del tribunale di Piacenza il prossimo 30 novembre per il processo.

LE ACCUSE - Il 25 aprile del 2019, in piazza Cavalli, Pallavicini, esponente del sindacato autonomo Si Cobas e fondatore del collettivo ControTendenza, aveva preso parte, con altre decine di persone, ad un corteo di dissenso (in concomitanza con la cerimonia istituzionale della Liberazione) contro la Giunta del sindaco Patrizia Barbieri. Una volta arrivati in piazza, si legge nel decreto di citazione a giudizio, avrebbe costretto «con violenza e minaccia la giornalista del quotidiano on line IlPiacenza.it, Emanuela Gatti ad interrompere il proprio lavoro e ad omettere di riprendere il corteo per documentare il proprio servizio giornalistico». Pallavicini - riporta la citazione a giudizio - si sarebbe staccato dal gruppo dei manifestanti e avvicinandosi alla giornalista del nostro giornale ilPiacenza, avrebbe «tentato di spingerla via senza riuscire a toccarla, subito dopo l’ha afferrata per le spalle e ponendosi con il viso faccia a faccia la spingeva con forza a lato e le ordinava di non filmare, perché “Tu fai arrestare la gente”, aggiungendo che sarebbero andati a cercarla e comunque gliela avrebbero fatta pagare».

«In questo modo - prosegue l'accusa - la redattrice è stata costretta ad interrompere le riprese e ad allontanarsi, continuando a fissarla e a monitorare i suoi spostamenti e azioni». Con tutta probabilità Pallavicini si riferiva al video girato dalla giornalista il 10 febbraio 2018: quello ripreso da Gatti è stato infatti l’unico filmato che ha documentato in diretta tutte le fasi del violento pestaggio del brigadiere capo dell'Arma dei carabinieri in forza al battaglione di Bologna, Luca Belvedere, ad opera di Giorgio Battagliola, Lorenzo Canti e Moustafa Elshennawi del sindacato Si Cobas in via Sant’Antonino durante il corteo antifascista contro l’apertura della sede piacentina di Casa Pound. Il video fu una prova importante, e per quella violenza tutti e tre furono condannati: Elshennawi a 4 anni e 8 mesi con rito abbreviato, Lorenzo Canti a tre anni e Giorgio Battagliola a tre anni e sei mesi, questi ultimi due avevano scelto il rito ordinario. Le pene erano state ridotte in appello.

Successivamente - dopo l'episodio del 25 aprile - i fatti di Castelsangiovanni, contestati a Fava e Balzamo e avvenuti in via Emilia Pavese. In quel frangente la giornalista sarebbe stata costretta «con minaccia ad interrompere il proprio lavoro e ad allontanarsi». Fava una volta resosi conto della sua presenza le avrebbe detto “Che cazzo fai? Che cazzo vuoi?”, «successivamente - si legge - avvicinandosi ad altri manifestanti e indicandola le urlava contro frasi del tipo “Lei fa arrestare la gente”. A Fava si aggiungeva Balzamo e un terzo soggetto al momento non identificato e tutti e tre l’hanno fissata fino a quando Balzamo, sapendo che fosse una giornalista e dopo essersene accertato, le ha detto “che brutta cosa che fai”. Tutti e tre hanno continuato a fissarla fino a costringerla ad interrompere le riprese e ad allontanarsi prima dell’altra parte della strada continuando a controllare le sue azioni».

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