«Favorire una cultura delle differenze nelle scuole non significa promuovere la teoria del gender»

L’intervento di un gruppo di psicologi piacentini, dottori di ricerca in psicologia dello sviluppo e dell'educazione che lavorano sul territorio, sull’uscita del Comune dalla rete Ready

Un gruppo di psicologi, dottori di ricerca in psicologia dello sviluppo e dell'educazione che lavorano sul territorio di Piacenza, scrivono alla redazione de IlPiacenza a proposito dell'uscita del Comune di Piacenza dalla rete RE.A.DY.  «Non intendiamo entrare nel merito della scelta politica ma, come tecnici e ricercatori, ci sembra doveroso sottolineare le conseguenze di azioni che potrebbero avere un impatto sulla cultura di bambini e ragazzi del nostro territorio. L'Associazione Italiana di Psicologia, formata da accademici e ricercatori in psicologia, ha pubblicato un documento scaricabile al link https://www.aipass.org/files/AIP_position_statement_diffusione_studi_di_genere_12_marzo_2015(1).pdf, in cui riassume i risultati degli studi condotti sul tema dell'educazione alla affettività.

Le evidenze empiriche raggiunte dagli studi mostrano che il sessismo, l’omofobia, il pregiudizio e gli stereotipi di genere sono appresi sin dai primi anni di vita e sono trasmessi attraverso la socializzazione, le pratiche educative, il linguaggio, la comunicazione mediatica, le norme sociali. Il contributo scientifico di questi studi si affianca a quanto già riconosciuto, da ormai più di quarant’anni, da tutte le associazioni internazionali, scientifiche e professionali, che promuovono la salute mentale (tra queste, l’American Psychological Association, l’American Psychiatric Association, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ecc.). L’Unicef, nel Position Statement del novembre 2014, ha rimarcato la necessità di intervenire contro ogni forma di discriminazione nei confronti dei bambini e dei loro genitori basata sull’orientamento sessuale e/o l’identità di genere.

Un’analoga policy è da tempo seguita dall’Unesco. Favorire l’educazione sessuale nelle scuole e inserire nei progetti didattico-formativi contenuti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale non significa promuovere un’inesistente “ideologia del gender”, ma fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell’affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni e mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci capaci di contrastare fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo.

Siamo, come molto altri colleghi del settore pubblico e privato e come centinaia di ricercatori in Italia e nel mondo, a disposizione dell'amministrazione e dei cittadini per condividere gli studi e usare la scienza come strumento di promozione della cultura e della salute mentale delle nuove generazioni».

Valentina Tirelli, Sara Andolfi, Federica Berardo, Vanessa Artoni e Francesca Cavallini

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