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FOTO DI CARLO MISTRALETTI

FOTO DI CARLO MISTRALETTI

Felice Trabacchi, il sindaco di buon senso e di esperienza umana

Platea esaurita per la presentazione del libro di Mauro Molinaroli a Palazzo Galli

Parte prima

Felice Trabacchi (1922 – 2008) è stato più di un sindaco per la sua città. Uomo della Resistenza, avvocato, comunista fin dall'adolescenza ha simboleggiato l'ideale della politica al servizio del miglioramento della vita di una comunità. Ne ripercorre il cammino politico e civile, la lotta partigiana, la militanza sindacale e politica nel dopoguerra; l'elezione a Sindaco di Piacenza nel 1975 (giunta PCI, PSI), l'elezione a deputato - il giornalista e scrittore Mauro Molinaroli nel libro: “FELICE TRABACCHI. Vita civile e politica”, edizioni Scritture in collaborazione con Fondazione Piacenza Futura; pagg.128 ISBN 978-88-89864-60-9, euro 15. Il volume è stato presentato alla platea che ha esaurito il Salone dei depositanti di Palazzo Galli Banca di Piacenza, dall’autore insieme all’on. Pier Luigi Bersani, l'avvocato Corrado Sforza Fogliani, coordinati dal presidente del Consiglio comunale, Christian Fiazza, con interventi di Nanda Montanari e Mara Conti, l’introduzione di Ernesto Carini e una testimonianza scritta del giornalista e saggista Marco Bertoncini, letta dall’avv. Corrado Sforza Fogliani alla cui cortesia dobbiamo il testo originale che riproduciamo.

FELICE TRABACCHI: UN UOMO LIBERO

Di Marco Bertoncini

Felice Trabacchi si sentiva uomo del popolo vicino al popolo. Il popolo piacentino in effetti, l'ha ricambiato, giudicandolo come il più popolare fra i sindaci della città. Era un comunista sincero, si potrebbe dire quasi un credente. Questa sua fede gli rendeva invisi quei politici che riteneva agissero per interesse, per opportunismo, per tornaconto, a maggior ragione qualora avessero la tessera del suo partito.

Non amava quelli che giudicava ostacoli, anche istituzionali, a un diretto rapporto col popolo. Malignamente, si sarebbe potuto definirlo un amante del plebiscitarismo. Più semplicemente, invece, riteneva che un eletto dovesse rispettare i propri impegni elettorali e risponderne alla gente, ma era altresì convinto che ad amministrare dovessero essere pochi enti, ben definiti, visibili ai cittadini, conosciuti. Il sorgere di organismi nuovi, fossero i consigli di circoscrizione o i comprensori o le comunità montane, l'infastidiva. Conscio di militare in un partito nel quale credeva, obbediva; ma si capiva che agiva a malincuore e non mancava di far trasparire il suo pensiero, a volte con graffiante ironia.

Con gli avversari politici aveva un atteggiamento di grande rispetto. Un amministratore o un politico che gli fosse lontano o addirittura ostile era da lui ascoltato. Poi, rifletteva, assimilava le critiche o anche soltanto le osservazioni, e tendeva a farle proprie. Era anche possibile che mutasse l'atteggiamento prima assunto. Non si trattava soltanto di rispetto umano (magari per simpatia personale) o professionale (verso colleghi di lavoro o di amministrazione), ma di un atteggiamento in lui congeniale. Se vi erano situazioni difficili, era lui, nel gruppo consiliare o nella giunta, la persona più adatta a risolverle: non soltanto per prestigio, ma altresì per il tratto umano e la capacità di ascolto.

Amava, si direbbe perfino svisceratamente, la sua città. Ne amava soprattutto le strade del centro, specie nelle zone più popolari. Gli piaceva parlare con i cittadini, seduto in una trattoria oppure mentre girava a piedi. L'elezione a deputato, se sul piano personale costituì un premio alla carriera, non gli piacque mai più di tanto, perché la carica che sentiva come propria, come più amata, rimase quella di sindaco. Svolgeva assiduamente il proprio compito di eletto a Roma, ma ne soffriva. Soffriva per la lontananza da Piacenza. Soffriva per la difficoltà, non si dice d'imporre, ma almeno di far ascoltare le proprie proposte all'interno del gruppo e delle commissioni. Soffriva per comportamenti che giudicava non consoni, non solo per il proprio partito, ma in generale per l'attività politica in quanto tale. Soffriva per personaggi del ceto politico, membri del Parlamento o del governo, di cui acutamente tracciava limiti, difetti, quel che è peggio pericoli. Il buon senso, di cui era dotato, e l'esperienza umana, che riccamente aveva compiuto, raramente lo facevano sbagliare.

Ernesto Carini, nella presentazione introduttiva del libro, ha evidenziato come Trabacchi sapesse molto bene che per cambiare le cose (e Lui, da comunista le voleva cambiare davvero) era necessario "il consenso" che cercava attraverso il dialogo ed il confronto ma non lo inseguiva a tutti i costi e tantomeno ne faceva (come spesso succede ora) un idolo al quale votarsi populisticamente ed arrendersi. Per Lui consenso era, in primo luogo, l’attenzione verso il prossimo.  Difendersi, cambiare il mondo ma sempre dentro alle più solide regole della democrazia. Da quel (oramai) lontano 1975 – ha detto Carini - ho avuto il privilegio di conoscere personalmente tutti i sindaci che si sono succeduti nell'incarico e di lavorare al fianco di alcuni di essi, tutte persone stimate e assai meritevoli che con le ovvie differenze di carattere erano molto prodighi nel dirmi "cosa dovevo fare", per assecondarli e così via ... Felice Trabacchi invece (ed allora avevo poco più di vent'anni) di tanto in tanto mi chiamava nel suo ufficio di Sindaco, apriva un quaderno scolastico dalla copertina nera, cominciava a ragionare, a esporre i problemi e chiedeva la mia opinione ... che considerava con attenzione ... ", quasi sempre concludeva che avevo atteggiamenti troppo di destra ... Ma la volta successiva mi chiamava ancora (e come con me si confrontava con tantissime altre persone amministratori e non). E anche questo sicuramente vuoi dire qualcosa, nella definizione della "caratura” del personaggio.

continua…

Felice Trabacchi-2

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