Fondazione, la procura indaga e accelera sul fascicolo aperto: fiamme gialle al lavoro

L'inchiesta partita dopo la presentazione di un esposto nel 2013 da parte di Marazzi. Non ci sono, per ora, né indagati né un'ipotesi di reato. Si sta approfondendo il ruolo delle passate gestioni e il tragitto del fiume di milioni di euro

la procura di Piacenza

Sembra un terremoto giapponese quello che sta scuotendo la Fondazione di Piacenza e Vigevano. Dopo le accuse, i veleni, le dimissioni del Cda arriva ora l’inchiesta della procura. Un passaggio auspicato da molti, temuto da molti altri.

L’INCHIESTA Il sostituto procuratore Antonico Colonna aveva aperto un fascicolo intestato “atti relativi”, cioè senza alcun indagato né ipotesi di reato. Era il prologo di un’inchiesta che ha subito un’accelerazione e potrebbe presto svilupparsi se le indagini affidate alla Guardia di finanza dovessero portare alla luce ipotesi di reato. Nel febbraio 2013 venne presentato un esposto in procura, firmato da Giacomo Marazzi, assistito dall’avvocato Paolo veneziani - che descriveva uno scenario denigratorio per l’istituzione cuore economico della città e della provincia. Molte voci - false secondo Marazzi - avevano definito la Fondazione «allo sbando e da commissariare». E questo dopo l’intervento di Sergio Giglio, consigliere della stessa Fondazione, che aveva parlato di “minusvalenze milionarie” e investimenti azzardati e speculativi. Marazzi chiedeva alla procura di valutare eventuali illeciti in quel turbinio di dichiarazioni. Gli investigatori, in particolare dopo le rivelazioni sul fiume di denaro finito in mille rivoli avanzate dal Corriere della sera e dall’Espresso, stanno ora accendendo i riflettori su fatti specifici. Dal milione finito a Gibuti ai 200 in Svizzera, fino ai 40-50 dell’operazione Banca Monte Parma, ai titoli Fresh acquistati per 15 milioni dalla “banca rossa” Monte dei Paschi di Siena.

GESTIONI PASSATE Poche le informazioni che trapelano, ma il lavoro certosino degli inquirenti potrebbe portare presto ad alcuni risultati, anche se l’ambiente in cui ci si muove è complesso e articolato. Non si escludono nemmeno rogatorie internazionali per far luce sui tragitti del denaro. E le indagini si starebbero estendendo anche alle passate gestioni e alle operazioni a partire dal 2006. Due le ipotesi di lavoro che, per il momento, sono le più gettonate da procura e investigatori: malagestione o commissione di reati. Sullo sfondo centinaia di milioni di euro. Il patrimonio attuale, ufficiale, è di 342. Sarà una perizia a dire se quel denaro è reale o solo sulla carta.

DA GIBUTI ALLA SVIZZERA Una sintesi dello scacchiere su cui si è incentrata l’attenzione della procura è ben evidenziata nell’attacco del “pezzo” di Mario Gerevini, pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio: «Meriterebbe di essere raccontata la storia della Fondazione (ex bancaria) che ha investito in una banca privata del Gibuti. O la manovra del parcheggio «per sbaglio» di 200 milioni in Svizzera. E quell’altra vicenda dei milioni (decine) «bruciati» in una banca in crisi con 500 anni di storia (e non è Mps)? Senza dimenticare il caso di chi si è riempito di derivati, compreso il famigerato prestito «fresh» di Montepaschi. C’è chi ha portato in tribunale Jp Morgan e l’ex consulente agli investimenti (Prometeia) per un affare andato male. E poi i dubbi sulla reale consistenza del patrimonio (342 milioni) e la guerra tra presidente (ingegnere) e vicepresidente (banchiere), nati lo stesso giorno 72 anni fa». Il Corsera, in un altro articolo sull’interrogatorio del banchiere Ettore Gotti Tedeschi nell’ambito dell’inchiesta su Mps, aveva scritto: «Alla Fondazione di Piacenza e Vigevano avevano comprato una bella fetta del Fresh (obbligazioni che possono essere convertite in azioni ordinarie della società emittente, ndr): 15 milioni. Poi ci hanno piazzato sopra un derivato su consiglio di Prometeia e controparte Jp Morgan. Quindi il “mostro” che oggi hanno in pancia a Piacenza è un inestricabile swap (scambio di flussi di cassa tra due controparti, ndr) sul complicatissimo Fresh. La sostanza è che lo swap del Fresh ha 10 milioni di minusvalenza». E l’Espresso, la scorsa settimana, in un pezzo dal forte titolo “Hanno sbancato Piacenza”, aveva sottolineato uno scenario inquietante che ha fatto perdere alla città la quota di investimenti su cui si poteva contare in passato: la «diminuzione dei fondi destinati alle attività del territorio, passati dai 9 milioni del 2011 ai 5,5 del 2013» ha scritto Roberto Di Caro, sul settimanale. E Francesco Lepore, in un box a supporto del pezzo principale ricordava che «tra il 2007 e il 2008 l’ente compra con 72 milioni di euro una quota di Banca Monte Parma. Salirà sino al 18 per cento, per riscendere, fra le polemiche, al 15 proprio mentre l’istituto sta passando a Intesa Sanpaolo. Dalle alterne vicende del Monte la Fondazione trae solo perdite. Nel 2011, quando svaluta 24,5 milioni di euro, e ancora più dura, nell’ultimo bilancio, che registra un buco di altri 28».

RESPONSABILITA’ DA ACCERTARE Forse presaghi di ciò che stava per accadere, i due ex deputati piacentini del centrodestra, Tommaso Foti e Massimo Polledri (oggi consiglieri comunali per Fd’I e Lega Nord) pochi giorni fa avevano tuonato subito dopo le dimissioni del Cda: «Che il Consiglio d’amministrazione della Fondazione oltre al suo presidente, se ne dovessero andare lo abbiamo sostenuto da mesi, nel silenzio più assoluto degli interessati e delle istituzioni. Ora, conclusosi il primo atto di una vicenda quanto meno grottesca, occorre andare fino in fondo affinché si accertino, una volta per tutte, le responsabilità di coloro che hanno ridotto la Fondazione nell'attuale stato che più volte in consiglio comunale avevano sollevato pesanti interrogativi sulla gestione dell’ente di Via S. Eufermia». Insomma, noi avevamo avvertito, ma nessuno ci ha ascoltato.

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