Fumagalli: «Ho pagato 30mila euro per non avere problemi con i controlli sul lavoro»

Al processo parla l'imprenditore milanese che ha accusato due sindacalisti Cisl e Filosa. Molti testimoni: l'ex direttore del Lavoro non ha mai chiesto denaro. E l'Avvocatura dello Stato chiede danni per 300mila euro

Fumagalli e Passarella all'uscita del tribunale

«Ho versato i soldi ai sindacalisti, 30mila euro, in due volte. La prima volta consegnai 15mila euro in un ristorante e la seconda altri 15mila in un altro luogo». E ancora: «Conobbi Filosa nel 2007, dopo che il sindacalista della Cisl Cantarelli mi disse che il direttore del Lavoro voleva conoscermi. In un pranzo in un ristorante, Filosa mi disse che c’erano molte segnalazioni su di me. Risposi che non volevo avere problemi. All’uscita notai che Filosa parlò con Salerno (all’epoca segretario provinciale Cisl, ndr) e fece con le dita (il pollice e l’indice sfregati, ndr) il gesto dei soldi. Salerno mi riferì che servivano 30mila euro perché “qui non si gioca”». Dopo altre telefonate dei due sindacalisti e «molte pressioni psicologiche» fu versato il denaro: «I primi 15mila euro in un ristorante, gli altri in un secondo incontro in auto. Pensavo che fosse tutto finito, mi vergognavo. Ma l’anno successivo arrivò di nuovo una telefonata per nuovi pagamenti». Oltre alla deposizione di Fumagalli, il processo ha fatto anche registrare il deposito di una memoria di una decina di pagine dell’avvocato dello Stato, Mario Zito, il quale ha quantificato i danni in 300mila euro. Il legale ha fatto riferimento a una norma specifica della Corte dei conti che determina il danno nel doppio del profitto realizzato.

FUMAGALLI E’ una parte del contenuto delle dichiarazioni spontanee rilasciate oggi da Morgan Fumagalli, l’imprenditore milanese coinvolto nel processo per corruzione che vede imputato anche Alfonso Filosa, l’ex direttore della Direzione provinciale del lavoro. Fumagalli, titolare di una cooperativa che appaltava servizi di facchinaggio e pulizie anche nel Piacentino, ha deciso di parlare ai giudici, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere alla richiesta di interrogatorio presentata dal pm Antonio Colonna. Una linea suggerita dal suo avvocato difensore, Michele Passarella, del Foro di Milano. Per il legale, il suo assistito non ha corrotto nessuno, ma è stato concusso. Il processo volge al termine e restano due udienze prima della sentenza: il 2 luglio ci sarà la requisitoria del pm, il 20 le arringhe dei difensori.

Fumagalli continua il suo racconto: «Dopo le nuove richieste mi spaventai e decisi, con l’azienda e con la famiglia, di abbandonare gli appalti che avevo a Piacenza». Ma le pressioni continuarono. «Nel gennaio-febbraio del 2009 - riprende l’imprenditore – incontrai di nuovo Cantarelli e Salerno all’uscita del casello di Piacenza Nord. Salerno mi disse che c’era un’inchiesta e che la procurava indagava su di me. Erano stati sentiti molti dipendenti della Lpr (dove la coop di Fumagallli aveva degli appalti, ndr) e Salerno mi disse che Filosa avrebbe potuto sistemare le cose. Io dissi di no. I due sindacalisti allora replicarono con durezza: “Tu sei svizzero, ma lui è di Castellammare di Stabia”».

I TESTIMONI In precedenza, sono stati sentiti numerosi testimoni, ma nessuno di loro ha detto di aver mai ricevuto richieste di denaro da parte di Filosa, né informazioni in anticipo riguardo ai controlli dell’Ispettorato del lavoro. Tra i primi a essere sentiti dal collegio presieduto da Italo Ghitti (gli altri giudici sono Elena Stoppini e Maurizio Boselli), c’è stato il generale Luciano Annicchiarico, all’epoca colonnello e comandante dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro. Il generale disse di aver incontrato Filosa a Fiuggi, dopo che quest’ultimo si era lamentato che i carabinieri del Nucleo piacentino non lo informavano delle ispezioni. Un’atmosfera tesa - definita di “incomprensione” dal generale – che non portò, però, a sanzioni né a richiami per due carabinieri piacentini.

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E’ stata sentita un’impiegata della Liquigas di Milano, azienda con la quale Filosa aveva un contratto di consulenza. Anche qui non sono emerse irregolarità. Così come tutto è filato liscio con Ferruccio Favarzani, ex presidente dell’Api di Cremona e con Giovanni Ambroggi, già direttore della Cna piacentina. Un po’ di pepe è stato messo con la testimonianza del commerciante Casimiro Facchi. L’uomo ha detto che Filosa gli aveva parlato dei rapporti con i carabinieri che andavano un po’ oltre i loro limiti, non informando il direttore. Poi, alla domanda dell’avvocato Luigi Alibrandi se ci fossero altri motivi di contrasto, il commerciante ha risposto sì, ma non ha ricordato gli episodi nel dettaglio. Ha ricordato invece le modalità dell’interrogatorio dei carabinieri definito “vivace” e “virulento” perché i militari volevano sapere «il modus operandi della Freeman consulting (l’azienda di consulenza della figlia di Filosa, ndr) e le azioni di Filosa verso i carabinieri dell’Ispettorato, mai esistite. Loro, però, erano convinti che io sapessi». Al termine, il collegio ha disposto l’accompagnamento coattivo - perché oggi erano assenti - di tre testimoni: Luciano Arici, Michele Bricchi e Giuseppe Tucci.

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