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Gianluca Perdoni

Gianluca Perdoni

«Gianluca, giornalista schietto cresciuto come cronista sulla strada»

«Gianluca aveva un modo di guardare le persone e muovere la bocca che non sapevi mai se diceva sul serio o se ti stava prendendo per i fondelli. Aveva la fama di quello che le notizia se le conquistava e le dava. Quello che anche con i funzionari della questura parlava schietto»

L'orario che mostra il cellulare quando squilla e mostra il nome di Giorgio Archimede Lambri è quello delle 9.09. Troppo presto per le nostre rare chiamate. "Ciao vecchio" mi dice, "ti devo dare una brutta notizia...mi dispiace" nel silenzio che segue penso a chi... ma non riesco a immaginare... "Gianluca" riprende la voce che vibra un poco "è morto Gianluca".
Quando metto giù il pensiero corre a quindici anni fa, quando dalle finestre dell'ennesima casa in affitto ammobiliata uso foresteria, vedevo la giovane redazione de "Il Giorno". Guidati da un simpaticamente bisbetico ed opulento fumatore di sigari, crescevano, infatti, alcuni nuovi virgulti del giornalismo piacentino. Nel 99 a Piacenza si stava molto bene... o forse era solo il fatto che io ed i miei amici giornalisti eravamo giovani e avevamo tutta la vita davanti per imparare, crescere e fare cose nuove. Ogni tanto, quando tornavo a casa, aprivo una finestra per fumare una sigaretta e dall'altra parte quelli della redazione facevano lo stesso. "Dai passa dentro che così ci dai le ultime prima che a Libertà" urlavano. E io spesso passavo.
Gianluca era quello che mi venne presentato come quello che si occupava di sport. Sopra la sua scrivania c'era un articolo con titolo a nove colonne: "Pompini a raffica!" che avrebbe dovuto celebrare il talento sportivo di un attaccante del Fiorenzuola ed invece faceva da monito per la scelta dei titoli.
Gianluca aveva gli occhi stretti. Per gli amici lui era "il cinese". Quando lo conobbi la prima volta scambiammo poche battute. lui si occupava di sport e di calcio. Per me un fluidificante è uno sciroppo per la tosse non un centrocampista. Lui sapeva tutto del Piacenza Calcio. Io solo che i derby con la Cremonese e la Reggiana erano una brutta storia...
Qualche settimana dopo, invece, litighiamo. Lui aveva scritto di una strana rapina ad un calciatore che non ci convinceva per nulla e dopo l'articolo pensavamo che si fossero bruciate alcune piste investigative.
"Ma tu non fai lo sport?" gli chiesi a brutto muso
"Io sono un giornalista" mi rispose serafico... "se ho una notizia la scrivo. punto"
Per cui la prima cosa che vorrei si sapesse è che Gianluca era un giornalista. punto. non sportivo, non di cronaca o di politica o di costume. un giornalista. uno che se ha una storia la scrive. punto.
E siccome scriveva cose vere e per scriverle stava per strada come me che faccio il poliziotto, il tempo ci fece diventare amici. 
Gianluca aveva un modo di guardare le persone e muovere la bocca che non sapevi mai se diceva sul serio o se ti stava prendendo per i fondelli.       
Per esempio solo in pochissimi sanno che in realtà è lui l'inventore della storia dell'Imene Ligneo.
Nel consueto giro di nera di ogni mattina si era presentata una giovane stagista che appariva molto tesa.
Gianluca me lo ricordo bene, era in fondo, seduto sul divano addossato alla parete. La borsa di pelle consumata ancora a tracolla. Negli occhi gli balena un lampo. Giuro, un lampo, tipo quello che si vede nei cartoni animati.
"Dai!" dice ad alta voce, "dacci la notizia del furto della sacra reliquia". in un attimo mi sorride e mi schiaccia l'occhio. Quando la stagista si gira per guardarlo, Gianluca è già serio con la penna ferma sul block notes.
"ma dai cinese, te lo avevo detto che dovevamo aspettare..."
Gianluca aveva la fama di quello che le notizia se le conquistava e le dava. Quello che anche con i funzionari della questura parlava schietto. la stagista lo guardava ammirata.
"Sono tre giorni... adesso basta, dai... è sufficiente che confermi e ci dai due dati..."
Così iniziammo a parlare dell'inesistente furto dell'ancor meno esistente "imene ligneo" del diciassettesimo secolo raffigurante scene di caccia.
Gianluca, non pago della voracità con cui la stagista prendeva appunti, incalzava con domande... "ma quanto vale un imene?" "non molto" rispondevo "ha un forte valore simbolico specie se intatto come in questo caso"
"e di questi imeni se ne trovano molti in giro?" e ancora "non è che potresti farmi una intervista su come proteggerli?"
Gianluca fermò la stagista un attimo prima che stesse per diffondere la notizia per radio... 
Questa scenetta l'abbiamo replicata, negli anni, ogni volta che arrivava un giovane al suo primo giro di nera... ci sono cascati tutti... tutti. E Gianluca aveva sempre la stessa luce negli occhi.
Il mio problema nel salutare Gianluca è questo.
L'ho sempre visto con quell'aria che aveva solo lui... un poco disincantato e molto "non prendiamoci troppo sul serio"...
l'ho sentito poco prima che si ammalasse con quella sua voce che spara domande una dopo l'altra, che vuole sapere, scavare, capire.

Ci siamo salutati convinti di rivederci... non è più capitato. Neanche durante la malattia. "Preferisce così" mi aveva detto un caro amico...  Così, oggi, dopo la telefonata in cui mi dicono che è morto, io Gianluca me lo rivedo uguale a quando ci conosciamo la prima volta e scopriamo che abbiamo la stessa età. E per me lui ha ed avrà sempre, quel viso, quel sorriso, quello sguardo.... come adesso... che finisco di scrivere e lui, dal fondo della stanza, mi strizza l'occhio...
Ciao Gianluca...

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