Conto metalmeccanici, Salerno assolto dall'accusa di appropriazione indebita

Lo stesso pm ha chiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste. Su quel conto chiamato "Fiom Fim Uilm" sono transitati oltre 200mila euro, cioè i compensi dati da alcune aziende, per consulenze, all'ex segretario provinciale Cisl

Il giudice Elena Stoppini ha assolto questo pomeriggio Gianni Salerno dall'accusa di appropriazione indebita. L'assoluzione è stata chiesta sia dal pm Antonio Colonna sia dall'avvocato difensore Cosimo Pricolo. La vicenda riguardava il conto corrente intestato alle organizzazioni dei metalmeccanici di Cgil Cisl e Uil utilizzato da Salerno, il quale, come aveva detto Arici, proprietario di Lpr, era a "libro paga" per alcune consulenze sul lavoro. A versare una quota mensile, oltre a Lpr, erano anche Ferratrans e Samko.

Accusa e difesa hanno insistito sul fatto che per l'appropriazione indebita sono necessari il possesso lecito di un bene, in questo caso il denaro, e un proprietario. In questa vicenda nessuno dei due presupposti esisteva, anche perché come ha sottolineato Colonna, gli stessi sindacati facevano a gara per dire che i soldi non erano dei lavoratori che pagavano le deleghe. Pricolo invece ha sottolineato come Salerno abbia voluto farsi processare, e non patteggiare, per cercare una sorta di riscatto perché "non ha preso i soldi dei lavoratori".

L’ACCUSA Dal 2006 al 2009 sul conto - ha detto il pm Colonna nella requisitoria – sono finiti i soldi che Salerno incassava da alcune consulenze. Se prima sul conto delle categorie metalmeccanici ci finivano i soldi per le deleghe, ora arrivano causali con la scritte generiche “contributi sindacali”. Salerno, ha ricordato l’accusa, ha detto che non erano suoi e anche i sindacati si sono affrettati a negare la paternità, insomma “non si sa di chi siano quei soldi”. Colonna ha detto che Salerno aveva incamerato circa 120mila euro dalla Lpr, 84mila da Samko e 16mila da Fertrans. Soldi versati con cadenze e importi mensili “che evocano uno tipendio. E Salerno ha detto che era denaro proveniente dalla compravendita di macchine fotografiche…un insulto all’intelligenza” ha chiosato il pm. Colonna ha poi sottolineato come l’ex segretario provinciale della Cisl venisse pagato da coloro i quali avrebbero dovuto rappresentare la sua controparte. Ma le bordate del pm si sono dirette anche contro alcuni sindacalisti che hanno testimoniato: Ivo Bussacchini (Fiom Cgil) e Luigi Bernazzani (Fim Cisl). Entrambi hanno detto di non aver trovato ammanchi nei soldi delle deleghe. Bernazzani, però, ha negato anche l’evidenza “non sa mai nulla, né del conto né che sia stato aperto da tre sindacati e chiuso da uno solo, e sbaglia anche il ruolo di Salerno definendolo segretario aggiunto. Quando poi sente che Salerno era pagato dalla Lpr dice “va bene”. Quelle di Salerno sono definite “consulenze”. La Cisl era un sindacato di comodo”. Insomma, una situazione definita da Colonna come “Italian job”. Definendo infine Giorgio Cantarelli un “compagno di merende” di Salerno, Colonna conclude che “la società italiana che esce da questo spaccato è una meraviglia”. Il reato, però, non c’è: quel denaro non era un “dono” delle aziende e chi avrebbe dovuto esserne proprietario ha negato di esserlo. Al termine, il pm ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

LA DIFESA L’avvocato Pricolo ha esordito affermando che “non siamo qui per onorare Salerno, ma per difenderlo. Salerno non si è appropriato di quei soldi e il denaro non era assolutamente dei lavoratori. Salerno ha visto gli altari (quando divenen consigliere provinciale venne a Piacenza il segretario Cisl, Bonanni) ma anche la polvere”. Pricolo ha sottolineato che il suo assistito “ha corso il rischio del dibattimento per affermare che quei solid non erano dei metalmeccanici. In parte, ha cercato un riscatto rischiando una pena pesante, invece di patteggiare. Certa, resta grave il fatto che quel denaro fosse del “padrone”, cioè di Lpr, Samko, Fertrans”. Il legale, poi, entra nella questione di diritto arrivando alle conclusioni del pm: il reato non c’è, il fatto non sussiste. In subordine, infatti, l’avvocato ha chiesto al giudice che il fatto non costituisce reato. Pricolo ha poi argomentato che il conto era di Salerno, ma lui lo teneva nascosto: lo aveva domiciliato alla madre e la banca lo ha aperto sulla base di vecchia documentazione lasciando il nome delle categorie metalmeccaniche. E così, i soldi delle “paghe” delle tre aziende finivano lì. “Il rapporto – ha concluso Pricolo – tra Salerno e le aziende era di tipo privatistico, una sorta di rapporto di lavoro subordinato. Non agiva da sindacalista, ma come privato”.

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