Sciopero dei migranti: «Fate esame di coscienza, prima di giudicare»

Un centinaio di persone ha aderito, ai giardini Margherita, allo "sciopero" dei migranti del primo marzo. Tante le etnie, dall'Africa all'India, dal Sudamerica all'Estremo Oriente: «Non siamo tutti uguali - dicono alcuni giovani -: lavoriamo, studiamo, rispettiamo la legge. Anche gli italiani sono stati migranti lo scorso secolo»

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Nelle immagini, alcuni momenti di manifestazione
Hanno il sorriso sulle labbra, ma la malinconia negli occhi. Sono marocchini, egiziani, tunisini, indiani, pakistani, cingalesi, ecuadoriani, senegalesi. Vengono dall'altra parte del mondo. Vengono cercando speranza, cercando un lume di vita migliore. Oggi sono qui, in Italia, ai giardini Margherita. E' il loro primo "sciopero". Non uno "sciopero" qualsiasi. Dei migranti. «Perchè se ci fermiamo noi, si ferma tutto. E' questo che vorremmo far capire agli italiani: ci teniamo anche noi a fare in modo che il Paese funzioni», dice un giovane algerino.

«GLI ITALIANI FANNO FINTA DI NON CAPIRE» - Hanno aspettato le 16 per incrociare le braccia, non tutta la giornata. E poi, più che un vero sciopero, «è una festa, è un modo per stare insieme»; «Perchè prima si lavora, e gli impegni di lavoro si mantengono». Le voci sono tante, s'accavallano. Ognuno vuole dire qualcosa; uscire, per un attimo, dal limbo di una vita fatta di dubbi e insicurezze.  «Noi non siamo tutti uguali - incalza Rashid, metalmeccanico -, eppure, per i giornali, esistiamo solo quando qualche africano spaccia o commette reati. Eppure, lavoriamo, studiamo, rispettiamo le leggi, abbiamo dei figli. E siamo la maggioranza: condanniamo ogni tipo di reato. Ma gli italiani non lo vogliono capire. O fanno finta di non capire». 

«COME LAVORARE COI PERMESSI DI SOGGIORNO BLOCCATI?» - Qualcuno, dal palco, gorgheggia arpeggi dal sapore orientale con la chitarra. Ci sono i giovani di Rifondazione comunista, ci sono i sindacalisti della Cgil. La vita, in Italia, è dura. «La crisi la paghiamo il doppio, siamo i primi a essere licenziati se le cose vanno male». E ci sono i muri di granito burocratici: «I permessi di soggiorno a volte rimangono bloccati in questura 3 o 4 anni: e non si può lavorare, non si può fare nulla senza permesso. E' un circolo vizioso: come facciamo a entrare nella legalità se non ce ne viene data l'opportunità?», si chiede un ragazzo africano. 

«DOVRESTE FARE UN LUNGO ESAME DI COSCIENZA» - La mano è tesa. Per far capire «che siamo tutti fratelli, nessuno escluso». «Abbiamo bisogno di comprensione, amicizia, aiuto per integrarci - dice Sahih Maati, esponente della Consulta comunale immigrazione e mondialità -: veniamo da culture diverse, ma i nostri figli sono nati qui, sono italiani in tutto e per tutto. Siamo per il dialogo e il confronto: ecco a cosa serve lo "sciopero dei migranti", per far ascoltare la nostra voce». «Dovreste fare un lungo esame di coscienza prima di criticare gli altri - s'aggiunge un ragazzo camerunense -: anche l'Italia nello scorso secolo ha conosciuto l'immigrazione. Non si può, per pochi delinquenti, infangare il nome di intere popolazioni oneste». 

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