Cronaca

Grimilde, le motivazioni della sentenza: «Caruso era un uomo importante nella cosca»

Il gip Pecorella: «I due fratelli Caruso a completa disposizione della cosca Grande Aracri»

Giuseppe Caruso, ex funzionario dell'Agenzia delle Dogane ed ex presidente del Consiglio comunale di Piacenza, pur «essendo chiaramente - come il fratello Albino - uomo di relazioni e non da azione violenta, ha una posizione che, anche solo per il suo ruolo pubblico doppio come funzionario delle Dogane e come esponente politico, non è quella di ultimo sgarrista della cosca, ma una posizione più rilevante». Lo scrive, nelle motivazioni della sentenza della tranche del processo di 'ndrangheta Grimilde svoltasi con rito abbreviato nell'aula bunker del carcere bolognese della Dozza, il gip di Bologna, Sandro Pecorella.

L'abbreviato si è concluso lo scorso ottobre con 42 condanne su 48 imputati, per un totale di 217 anni di carcere. Per Caruso, ritenuto assieme a Salvatore Grande Aracri, nipote del boss Nicolino, uno dei pilastri dell'associazione mafiosa portata alla luceAlbino Caruso-2 dall'inchiesta, il gip ha stabilito una pena di 20 anni per vari reati, tra cui l'associazione mafiosa, mentre suo fratello Albino, descritto come "ufficiale di collegamento" tra lui e la cosca, è stato condannato a 12 anni e 10 mesi.

I due, si legge nelle motivazioni riportate dall’agenzia “Dire”, sono stati «il gancio che ha portato il faro degli investigatori sui Grande Aracri di Brescello», dimostrandosi, «nonostante le mille accortezze con le quali Giuseppe Caruso (ex esponente di F'di, espulso dal partito) si interfacciava con Salvatore Grande Aracri... completamente a disposizione» della cosca. L'indagine si era soffermata, in particolare, sui rapporti tra alcune imprese del Nord e la 'ndrangheta, a cui le aziende si rivolgevano per uscire da situazioni difficili.

Proprio una di queste vicende rappresenta il cuore dell'accusa nei confronti dell'ex funzionario doganale Caruso e, scrive il giudice, «dimostra plasticamente l'agire di un'associazione a delinquere di stampo mafioso». Si tratta del caso dell'azienda mantovana Riso Roncaia, che trovandosi in difficoltà finanziaria chiese aiuto proprio ai fratelli Caruso, mettendosi di conseguenza nelle mani della 'ndrangheta. E quanto fatto dalla cosca nei confronti della Riso Roncaia, secondo Pecorella, rappresenta il paradigma dell'espansione «di un sodalizio dentro un'attività imprenditoriale in palese crisi finanziaria».

Prima sono venute «l'offerta e la messa in atto di alcuni interventi», ovviamente non legali, a favore della società, in modo da accreditarsi e acquisire un diritto di credito e aggravando i già gravi problemi finanziari dell'azienda. Il tutto, scrive il giudice, allo scopo di «offrire l'aiuto “estremo” ai soci ormai consumati dai debiti: il finanziamento, l'immissione di soldi con proventi dai delitti della consorteria mafiosa per superare la crisi pretendendo, in cambio, naturalmente, il subentro da parte del sodalizio», come socio occulto. Peraltro, sottolinea Pecorella, alla fine di questa vicenda, in cui sono stati coinvolti quasi tutti gli imputati di associazione mafiosa, la cosca ha capito che dalla Riso Roncaia «non sarebbero venute remunerazioni dirette per mancanza di liquidi», e allora ha «spremuto quello che ha potuto con estorsioni e truffe», e non è mancata neanche «l'ipotesi di impossessarsi dell'azienda e renderla veicolo di riciclaggio di denaro sporco».

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