«I russi ci scatenarono contro una pioggia di fuoco. Una volta catturati chiedemmo la fucilazione»

Anche un superstite dei gulag all'inaugurazione della mostra a palazzo Galli. Il racconto-intervista del piacentino Pietro Amani

Il signor Amani

“Certo che sabato mattina sarò presente all’inaugurazione della mostra organizzata dalla Banca di Piacenza”. A rassicurarci è Pietro Amani, unico superstite tra i prigionieri piacentini dei famigerati “Gulag”, i campi di concentramento russi della seconda guerra mondiale. La mostra cui fa riferimento è “La tragedia dimenticata – Gli italiani di Crimea”. Curata dal giornalista RAI Stefano Mensurati, sarà presentata sabato prossimo 29 ottobre, alle 10.30, nel Salone dei Depositanti di Palazzo Galli; documenta i risultati della ricerca, finanziata da Assopopolari, sugli italiani di Crimea e sui soldati dell’Armir fatti prigionieri dall’Armata Rossa e finiti ai lavori forzati nel gulag kazako di Karaganda. Si tratta di documentazioni e testimonianze presentati per la prima volta in Italia dai ricercatori Heloisa Rojas Gomez e Dmytro Prosvietin. Parteciperà anche, in collegamento Skype dalla Crimea, la coautrice della mostra Giulia Giacchetti Boico.

L’inaugurazione sarà riservata alle autorità e agli interessati che si segnaleranno all’indirizzo email relaz.esterne@bancadipiacenza.it o al tel. 0523 542357. La mostra sarà poi aperta al pubblico nel pomeriggio di sabato 29 ottobre dalle 16 alle 19, domenica 30 ottobre dalle 10 alle 12,30 e dalle 16 alle 19 e da lunedì a venerdì 4 novembre sempre dalle 16 alle 19.

Ma ritorniamo al signor Pietro Amani. Ci accoglie con un amichevole sorriso nella sua casa di La Verza dove per prima cosa ci mostra la Croce al merito di Guerra della Campagna di Russia e l’onorificenza “Elmetto d’Oro”. La mia classe è quella dell’anno 1921 e sono stato chiamato alle armi il 3 gennaio 1941 nell’Arma Fanteria dell’Esercito e assegnato ad una caserma di Palermo dove, dopo un  corso di guida di veicoli militari, ho proseguito l’addestramento a Trapani e in altre caserme. Dopo circa 12 mesi la nostra compagnia è stata imbarcata su un treno diretto al fronte russo lungo il Don, in una zona non lontana da Nikolajewka per dare il cambio alle truppe. Dopo pochi giorni però le forze sovietiche ci avevano accerchiato con una manovra a tenaglia. I nostri ufficiali ci diedero l’ordine di  incendiare le scorte di viveri e di materiali per poi ripiegare in una stretta valle. Fu una tragedia perché i russi scatenarono una pioggia di fuoco colpendoci dall’alto anche con i lanciarazzi Katjuša. Io salii sulla camionetta che avevo in dotazione, facendomi largo tra un tappeto di morti, vagai per ore e ore senza una meta. Trovai un gruppetto di 19 superstiti  tra i quali un piacentino e  li,  preso coscienza di essere stato ferito, sono stato medicato e fasciato da un ufficiale medico. Dopo alcuni giorni ci siamo arresi alle truppe che ormai ci avevano individuati. Per quasi tutta la giornata i russi ci avevano fatto ripetere in tempi diversi l’atto della nostra resa e ogni volta filmavano la nostra sfilata...poi ci fecero camminare, affamati e quasi senza soste, per una decina di giorni; presi dalla disperazione ad un certo punto  chiedemmo di essere fucilati pur di interrompere quell’odissea. Dopo alcuni giorni siamo stati dirottati ad una stazione ferroviaria dove con tanti altri prigionieri ci intimarono di salire su degli sgangherati carri ferroviari che sigillarono. Ammassati in gruppi di 55 prigionieri viaggiammo per giorni e giorni senza avere a disposizione un goccio d’acqua. Non sono morto disidratato grazie al ghiaccio che a candelotti si formava all’interno del vagone.  A questo punto il tono della voce del signor Pietro rivela commozione e i suoi occhi si inumidiscono, capiamo che per oggi è opportuno fermarci qui. 

Continua...

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