I segreti della rinascita della vigna di Leonardo svelati alla Corte Biffi

Da due protagonisti della ricerca genetica e dei reimpianti con Malvasia di Candia aromatica del piacentino: Attilio Scienza e Roberto Miravalle

E’ stato come vivere un vero e proprio “giallo”, come ha acutamente annotato Giovanni Negri, nel suo “noir” dedicato all’evento, ma in effetti il recupero della vigna di Leonardo nella Casa degli Atellani, oggi nel pieno cuore di Milano, ha del prodigioso, ma soprattutto ha come protagonista la ricerca storica prima e quella scientifica e genetica poi.

Alcuni protagonisti di questa rinascita (Attilio Scienza e Roberto Miravalle) ne hanno illustrato le tappe in una interessante incontro che si è svolto presso la Corte Biffi di San Rocco a Porto, evento moderato da Susanna Gualazzini curatore di Biffi Arte che ha presentato gli eventi più significativi del Ducato di Milano alla fine del 1400 e soprattutto i rapporti intercorsi tra Ludovico il Moro e Leonardo da Vinci.

Con vigna di Leonardo- ha spiegato la Gualazzini (e successivamente anche Scienza), s'intende il vigneto che Ludovico il Moro donò a Leonardo da Vinci, mentre stava ancora lavorando all'Ultima Cena, come gesto di riconoscenza per «le svariate e mirabili opere da lui eseguite per il duca». La vigna si trovava a Milano oltre il quartiere di Porta Vercellina, nei pressi del Borgo delle Grazie, sul terreno della vigna grande di San Vittore, secondo una direzione all'incirca parallela all'attuale via de Grassi; per visitarla all'epoca, non essendo ancora aperta l’attuale via Zenale, si presume che Leonardo transitasse per il giardino della Casa degli Atellani.

La vigna risulta già citata in un atto notarile del 1498 e la donazione da parte di Ludovico il Moro è confermata da una lettera-patente ufficiale, datata 26 aprile 1499. Misurava 15 pertiche e ¾: tradotto in sistema metrico decimale significa una vigna di forma circa rettangolare, grosso modo larga 52 metri (100 braccia) e larga 160 metri (294 braccia), estesa quindi per un totale approssimativo di 8320 metri quadrati.

Il dono di Ludovico il Moro non fu casuale: Leonardo veniva da una famiglia di vignaioli e il vino rientrava fra i suoi molteplici interessi, come dimostrano le liste della spesa e le molte frasi sparse rinvenute fra i suoi appunti. “Ma- ha detto Scienza- questa donazione evidenzia forse la volontà di Leonardo di diventare cittadino milanese visto che era necessario avere possedimenti all’interno della città”.

Quando nel 1507 Carlo II d'Amboise chiese a Leonardo di tornare a Milano, da Firenze dov’era, per concludere alcune opere che aveva cominciato, lui gli fece presente la confisca, trovando immediata soddisfazione. La vigna venne restituita a Leonardo con regolare delibera e la precisazione che l’artista non avesse «a patire la spesa pur di un soldo». Leonardo rimase a Milano fino al 1513. Da lì riparò a Roma e poi in Francia, dove morì. Nel suo testamento, redatto ad Amboise un mese prima della morte, ordinò che la vigna rettangolare venisse suddivisa in due lotti uguali, da assegnare l’uno al Salai, che su quel terreno aveva costruito una propria casa, e l’altro a Giovanbattista Villani, il servitore che l’aveva seguito in Francia. Nell’ultimo atto documentato in vita, Leonardo si ricordò della sua vigna.

Nel 1788 risulta in massima parte all’interno della proprietà della famiglia Taverna, allora proprietaria della Casa degli Atellani. Quando nel 1919 Ettore Conti comprò detta casa, affidando a Piero Portaluppi l’incarico della sua trasformazione, Luca Beltrami, massimo storico del periodo milanese di Leonardo, andò sul posto per verificare di persona i propri studi e allora ritrovò, e fotografò, i pergolati ancora vivi di quella che era stata la vigna di Leonardo da Vinci. La successiva lottizzazione della zona, i bombardamenti del 1943 e uno sciagurato incendio distrussero quei pergolati. “I detriti nella via adiacente- ha chiarito Scienza- vennero poi interrati nel grande giardino e per questo è stato necessario scavare per alcuni metri per riportare alla luce le radici. Proprio durante il primo sopralluogo si scoprì il punto preciso dove i filari erano piantati e il motivo della loro scomparsa”.

E’ a questo punto che intervenne l’università statale ed il professor Attilio Scienza che si rese disponibile alla direzione e alla conduzione scientifica della missione e per aiutarlo chiamò due dei suoi allievi: il podologo Rodolfo Minelli e la genetista Serena Imazio. Iniziarono gli scavi e si constatò con sorpresa che i residui vegetali di alcune radici di vite erano sopravvissute. Furono sottoposte a complessi test genetici presso l'Università di Milano e sono stati poi in grado di identificare il tipo esatto di vitigno che Leonardo aveva piantato: una varietà nota come la Malvasia di Candia, che viene ancora coltivato sulle colline intorno a Piacenza.

Al ripristino della vigna ha poi provveduto Roberto Miravalle (docente universitario e Presidente del Consorzio vini Doc colli piacentini) che ha sviluppato una puntuale descrizione ampelografica delle 18 Malvasie presenti sul territorio italiano.

Quella utilizzata per la nuova vigna di Leonardo, visitata da migliaia di persone per Expo (con molte richieste di giapponesi ed americani di poter portare a casa una foglia come ricordo….), è appunto la Malvasia aromatica di Candia coltivata soprattutto nel piacentino (700 ettari, il 71 % di tutte quelle coltivate in Regione) e la vigna  di Leonardo, tra qualche anno potrà cominciare a fare di nuovo quel vino che tanto piaceva al genio di Vinci. E’ caratterizzata- ha detto Miravalle- da un profilo polifenolico dove il geraniolo è prevalente come terpene e la la Malvasia dei colli piacentini ne ha uno veramente unico!

Ed al termine dell’incontro, degustazione per tutti di questo nettare grazie alla Cantina di Vicobarone.

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