Il capitano Rocco Papaleo lascia Piacenza: «non avrei fatto nulla senza i miei uomini»

Il comandante del Nucleo investigativo di Piacenza lascia la nostra città per andare a comandare la Compagnia di Vigevano: «Grazie piacentini vi abbraccio». E ai suoi carabinieri scrive: «Sono sicuro che continuerete a dimostrare il vostro valore e le vostre capacità anche senza di me»

Il capitano Rocco Papaleo

Il capitano Rocco Papaleo, comandante del Nucleo investigativo di Piacenza, lascia il comando di via Beverora per andare a comandare la Compagnia dei carabinieri di Vigevano, in provincia di Pavia. Papaleo, era arrivato a Piacenza come sottotenente nel settembre del 2003, e in questi dieci anni ha maturato numerose operazioni con migliaia tra arresti e denunce, soprattutto nell'ambito della lotta alla droga e nelle indagini sulle rapine. Ecco solo alcune tra le più importanti: “La lupa” 2004  sgominando una banda di rapinatori di banche piacentini; “Withe tunder” 2004,  droga in Val d’Arda; “Merlino” 2005 – 2006, droga in Val Tidone e crack a Piacenza e San Nicolò; “Operazione Cittadella” arresto di due killer albanesi latitanti che si nascondevano in città; “Annibale” 2007 – 2010, trafficanti di droga tra Milano e Val d’Arda, “Zio d’America” 2008 arresto di ZIU Robert ergastolano per omicidio PONCE; “Don Alfonso”, inchiesta pubblica amministrazione su Alfonso FILOSA; “Flanker” 2010 – 2012, giro di spaccio ambienti sportivi di Piacenza; Inchiesta sul giro di spaccio e corruzione di alcuni poliziotti 2012 - 2013

Anche la nostra redazione saluta il capitano Papaleo e gli augura i migliori risultati per la sua carriera di ufficiale dell'Arma. Pubblichiamo di seguito una lettera di saluto che o stesso ufficiale ha scritto per congedarsi da Piacenza

«In questi giorni sto incontrando spesso piacentini che salutandomi colgono l’attimo per darmi delle informazioni, per chiedermi di interessarmi a quel problema piuttosto che segnalarmi qualche soggetto a loro dire sospetto. Terminato il discorso quasi sempre concludono dicendo: “Capitano gliel’ho raccontato, ma immagino che sa già tutto.” Oppure: “Tu sai sempre tutto e sicuramente sei già avanti con i lavori!”  Ebbene dire che so tutto, come la “leggenda che gira a Piacenza” vuole, sarebbe pura presunzione, ma che non abbia mai sottovalutato le informazioni e che anzi mi sia dedicato con il massimo impegno per riceverle e “coltivarle”, nella piena cultura propria dell’Arma dei Carabinieri, ciò e vero».  

«Per parafrasare J. Edgar Hoover, non nascondo che sono del parere che l’informazione è potere e che è necessario sapientemente raccoglierla, organizzarla e custodirla. Ciò affiancato ad una buona dose di sensibilità, è anche il segreto per essere un buon investigatore. Per inciso, sono anche gli ingredienti della ricetta che mi ha permesso di raggiungere tanti risultati e tutti i successi investigativi di questi anni. La provincia di Piacenza e il suo bel capoluogo sono stati per me un vero territorio operativo a partire dal 1 settembre 2003, giorno in cui ho iniziato il mio percorso al comando del Nucleo Investigativo. Oggi, mi appresto a salutare quello che è diventato per me un territorio amico a cui rimarrò legato per sempre. Non voglio dilungarmi in ricordi e nell’elencare le indagini o le singole operazioni che in questi dieci anni ho svolto. Sono tante e di tutte serbo un ricordo vivido, importante per la crescita del il mio background professionale ed il più delle volte intimo, per cui non riuscirei mai ad indicarne una come quella più importante o più sentita».

«Mi sono calato nella comunità piacentina fino a diventarne parte integrante. Ricordo come da giovane sottotenente per conoscere la città e i suoi “pescegatti”, andavo di notte a mangiare i tranci di pizza nei locali dove andavano tutti, e mangiando ascoltavo i ragazzi che seduti sul marciapiede discutevano di come era andata la serata per carpirne i segreti ed in particolare per capire i flussi della droga in città o meglio ancora per individuare il pusher più in voga. Ricordo ancora quando da esperto tenente mi fermavo in qualche bar e sfruttando una certa verve di linguaggio facevo parlare chi  “doveva farlo”. Gli uomini hanno sempre una gelosia per un loro simile e se si riesce a scoprirla, in particolare quando si tratta di soggetti pregiudicati, si ha la possibilità di entrare in possesso di un vero e proprio patrimonio informativo, ricavato soprattutto dalle loro delazioni nei confronti del “rivale” di turno. Per finire ricordo la sere in cui ho girato in bicicletta, molte volte in compagnia di Giacomo, il mio primogenito,  per i giardini Margherita e in via Roma per non destare sospetti e conoscere le facce di soggetti che per i residenti paiono tutte uguali, ma per chi fa il mio lavoro no. Non posso nemmeno dimenticare tutti gli spacciatori che, assieme ai miei uomini, ho stanato in viale Dante o, per guardare in provincia, nella Val Tidone e nella Val d’Arda».

«Ora, diventato Capitano e dopo aver arrestato in dieci anni quasi 1000 persone, in un’escalation che va dal piccolo spacciatore di strada al reo individuato al termine della più articolata e complessa attività d’indagine, tutto ciò era diventato solo un ricordo. Il nascondermi ed apprendere dalla strada non era più possibile. Tutti mi conoscevano e mi riconoscevano. C’era comunque anche un lato positivo, e cioè che la gente, grazie alla pubblicità dei risultati ottenuti, veniva da sé a confidarsi e a chiedere aiuto perché riteneva che io e i miei uomini fossimo in grado di impegnarci per garantire loro la sicurezza e combattere così la criminalità, ricordandomi così che la vicinanza della gente è la più grande gratificazione che si può avere. Non mi rimane altro che ringraziare Piacenza perché mi ha fatto trascorrere dieci anni bellissimi, intensi e per alcuni versi irripetibili».

«In questo momento, però, è per me doveroso, dedicare un sentito e sincero ringraziamento ai “miei” carabinieri, per avermi supportato in tutti questi anni, dimostrandosi leali collaboratori, pronti al sacrificio e alla dedizione incondizionata per il raggiungimento dell’obiettivo comune. Per me sono diventati e sono la mia famiglia, sono anche la cosa che mi mancherà di più di Piacenza. Alzarmi la mattina e sapere di dover lavorare con loro è sempre stato un piacere, un motivo per continuare a lavorare con passione e con il massimo impegno e per riuscire a migliorare sempre di più. Sapere ora che da qui a poco non saranno a fianco a me, mi rattrista e al contempo mi emoziona.  Mi mancherà la mattina entrare in ufficio, gridare: “Reparto a me!” e sapere che subito dopo alcuni di loro mi avrebbero seguito fuori dal “bunker” per il caffè, facendo sì che la giornata iniziasse in modo sereno, dando dimostrazione a tutti di compattezza. I piacentini ci considerano come una “cartolina” del posto, ci salutano rispettosi e con simpatia incontrandoci mentre percorriamo il tratto di strada che divide via Beverora da Corso Vittorio Emanuele, e quando non ci vedono o ci trovano stanchi, ci interrogano (pur sapendo che non avranno risposta), con le seguenti parole: “Stanotte avete lavorato? Avete preso qualcuno?” Ciò mi ha sempre inorgoglito e reso felice, perché quelle persone pongono tali domande non per curiosità, ma per poter dimostrare la loro ammirazione e suggerirci la loro riconoscenza per il nostro lavoro».   

«Con i “miei” carabinieri, convivere sul “campo” è stato un vero gioco di squadra, io sono orgoglioso di essere stato il loro comandante di aver sofferto e gioito con loro “sulla strada”. Ho fatto ciò che ho fatto, perché mi sentivo protetto da loro, protetto dalla mia “falange” e in questo momento non ho che pensieri e parole di ringraziamento per loro: “Grazie. Sono contento di aver lavorato con tutti Voi. Non ci sono encomi, compiacimenti o altro in grado di dimostrarvi quanta stima ho per voi e quanto mi mancherete. Ringrazio anche le vostre famiglie per tutti i sacrifici e le lunghe assenze a cui le ho costrette per potervi impiegare al meglio e raggiungere così gli obbiettivi che c‘eravamo posti. Sono sicuro che continuerete a dimostrare il vostro valore e le vostre capacità anche senza di me. Ricordatevi sempre che per spirito ed impegno siete e rimarrete “gli uomini di PAPALEO”».

«Ringrazio i miei superiori in particolare il Col. Paolo ROTA GELPI ed il Col. Edoardo CAPPELLANO: il primo per la fiducia e la pazienza che mi ha concesso, per l’indirizzo e gli obiettivi professionali che mi ha assegnato e che mi hanno permesso di cimentarmi nell’incarico di comandante di Nucleo Investigativo senza che mi distraessi, e che soprattutto mi hanno permesso di raggiungere quel grado di preparazione per cui oggi posso ambire di comandare una Compagnia Carabinieri come Vigevano. Il secondo per i consigli che mi ha dato, per avermi fornito le linee guida e le raccomandazioni sulla sicurezza, e soprattutto per il sostegno ricevuto nei momenti più difficili e complicati della mia vita privata. Con loro saluto anche tutti gli altri Ufficiali, Marescialli, Brigadieri, Appuntati e Carabinieri che spesso hanno collaborato con me e che ho avuto la fortuna di conoscere». 

«Voglio ringraziare in particolar modo la Procura della Repubblica di Piacenza con tutti i Procuratori Capi e Sostituti che in questi dieci anni ho incontrato e con cui ho lavorato. Da loro ho appreso tanto, forse tutto, ho imparato quanto sia difficile basare un lavoro su dati di fatto, sulla ricerca delle prove e non su teoremi e considerazioni di massima. Ho compreso grazie a loro quanto sia importante lavorare seriamente in particolar modo quando si tratta di dover limitare la libertà personale di qualcuno, ma anche con determinazione per il raggiungimento della verità e per la giustizia.
Grazie Piacenza, un abbraccio ai piacentini».
Cap. Rocco PAPALEO

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