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«Il clima è cosa seria, non è una questione politica»

Le conclusioni della conferenza sul clima di Parigi del piacentino Giampietro Comolli. I delegati di 195 paesi protagonisti della Conferenza mondiale sul clima hanno firmato un accordo in cui si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo

A Parigi i delegati di 195 paesi protagonisti della Conferenza mondiale sul clima hanno firmato un accordo in cui si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo. Il New York Times ha definito l’accordo “storico”, un termine utilizzato anche da moltissimi altri giornali di tutto il mondo. Questa che segue è la corrispondenza conclusiva di Giampietro Comoll, presente nei 13 giorni, ma soprattutto in stretto collegamento con l’accademia Kronos contesto di docenti universitari italiani, di economisti liberal e di ricercatori nazionali.

Un documento finale c’è, molto politico e mediatico, confermativo di quanto già deliberato a Varsavia e 10 anni fa è indirizzato ad un “minimalismo organizzato” di conferenze come dice Hermann Shee. Appare evidente che da un lato molti Paesi in difficoltà puntano sulla firma del documento unitario solo a fronte di un contributo finanziario reale, in soldoni, non in formule finanziarie o mutualistiche. Dall’altro campo chi tira fuori miliardi di dollari da anni, o li ha impegnati e garantiti per paesi terzi, pretenda un minimo di grafico di Gantt (uno schema che piace tanto agli economisti pragmatici moderni, meno agli economisti filosofi) e di trasparenza che risponda a step di obbiettivi certi.

Il tutto, sotto il placet di Hollande, BanKi-moon, Wwf e Greenpeace, si sintetizza con una proposizione di intenti a contenere la crescita della temperatura del pianeta entro 2 gradi centigradi.  Il risultato è accettabile per una ricerca di consenso unanime fra 195 Paesi e realtà diverse. La Francia è orgogliosa perché è il primo caso di firma congiunta e immediata di tutti i partecipanti.

Tuttavia  il documento non aggredisce, non blocca, non lotta contro i diversi problemi ambientali, non solo climatici, ed appare solo come un ri-adattamento. La emissione di CO2 è una questione diversificata sia come origine che come derivazione, per cui è obbligatorio non rincorrere o ridurre i volumi prodotti, quanto intervenire sull’origine. Certo che vuol dire cambiare stile di vita, forse anche tornare indietro di qualche anno, ma certamente anche il consumismo sfrenato si è bloccato. Se la Plv industriale mondiale cresce meno o non cresce, ci sarà un motivo che va oltre i fabbisogni. L’altro aspetto è che parlare di quote di CO2 ai Paesi mi lascia interdetto: mi sembra di vedere le quote latte o le quote pomodoro mi recente europea memoria!

LA VERA SOLUZIONE È CAMBIARE STILE DI VITA

Cosa può fare il singolo cittadino? Poco o nulla, però una autolimitazione di certi strumenti più o meno colpevoli può essere un segnale. Per esempio le auto elettriche, ma il costo d’acquisto deve scendere del 100%. I mezzi pubblici e i camion sono i veri motori della CO2. Impiantare più piante affamate di anidride. Limitare l’uso di carburanti fossili. La risoluzione vera non è contenere i gradi termici in 1,5 o ridurre del 20% la CO2 emessa, la unica e vera soluzione è cambiare stile di vita, insegnare ai Paesi terzi e difficili che si può vivere bene e debellare la fame senza fare guerre di religione, di elettronica, di fabbricazione. Il mondo ha già tanto materiale non usato per un altro miliardo di abitanti. Dovrebbe esistere una generazione completa che decide di fermare alcuni canali. Difficilissimo, ma si potrebbe fare.

Tre azioni Governative e Statali possono mettere in pratica un dietro-front dell’attuale transizione-mediazione: 1) chiudere il rubinetto dei finanziamenti pubblici ai combustibili fossili (in Italia 15 miliardi di euro all'anno);  2) stabilire la priorità delle FER (fonti energie rinnovabili),  3) garantire, con le municipalizzate e le aziende locali, le infrastrutture adeguate. A queste aggiungerei la condivisione di incrementare le energie rinnovabili entro il 2030, ma come e con che ritmo non si sa.

I carburanti fossili sono usati perché più economici in quanto spropositatamente sovvenzionati. Finchè alcuni Stati hanno interessi economici in quel settore, difficilmente ci sarà un blocco. L’Eni si è dichiarata disponibile ad investire nell’energia solare, ma solo se ci sono tutele e passaggi simili a quelli riservati a Paesi e imprese che estraggono i carbonfossili. Quindi emerge chiaro che tutto ruota attorno al rapporto costi/ricavi, monopolio e oligopoli. Per certi versi i paesi più nevralgici sono: India e Brasile che non vogliono assolutamente non usare i carbonfossili fino ad esaurimento di propri giacimenti o sviluppo e dall’altro la Cina che ha cambiato totalmente opinione dichiarando che nel 2050 rinuncerà al 90% dell’energia da carbon fossile! Se vogliamo vedere i veri vincitori sono: i paesi vulnerabili e in via di sviluppo e i paesi produttori di Carboni fossili. I primi hanno altri 100 mld di dollari da spendere, i secondi hanno sempre annualmente 500 mld di dollari di sgravi imposte mondiali. La coalizione di questi paesi ha anche fatto naufragare la regola della “ differenziazione di responsabilità” tanto voluta dall’Italia e altri

I PUNTI BASE DELL’ACCORDO

Fare di tutto e di più perché l’escursione termica non sfori i 2 gradi rispetto ai primi anni del secolo scorso. Aumentare sforzi perché questo limite si attesti a 1,5. Portare in equilibrio fra il 2050-2070 le emissioni da attività umane e riduzione gas serra da mezzi artificiali. Tutti i paesi devono rispettare gli impegni già assunti, anche se diversi uno dall’altro, soprattutto fra i più bravi che hanno dato limiti entro il 2025 e migliorarlo con continuità ogni 5 lustri. La prossima verifica sarà l’anno 2023. E’ previsto che il fondo per i paesi più deboli e in via di sviluppo sia mantenuto e addirittura incrementato a carico dei paesi più virtuosi e più sviluppati perché gli impegni assunti da terzi siano mantenuti, ma senza una responsabilità giuridica per inadempienza o per compensazione. Infine c’è l’obbligo per ogni paese di stendere una road map che leghi i 100 mld di dollari l’anno destinati fino al 2020 con i risultati ottenuti da divulgare, questo come base fondamentale di trasparenza a fronte di un intervento collettivo finanziario cospicuo e dimostrare che l’impegno c’è in base alla capacità del Paese.

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