Il colonnello Piras sentito in procura, esce dalla porta di servizio e dribbla i giornalisti

Scandalo Levante. Il colonnello Michele Piras, ex comandante provinciale dell'Arma di Piacenza dopo Corrado Scattaretico e prima di Stefano Savo, è stato sentito in procura come persona informata sui fatti

Il colonnello Michele PIras

Scandalo Levante. E' entrato dalla porta di servizio della Procura in via delle Benedettine alle 10 per uscirne tre ore dopo. Salito in auto si è guadagnato l'uscita in fretta e furia dribblando i giornalisti. A differenza del maggiore Rocco Papaleo che il 6 agosto è uscito dall'ingresso principale e che a piedi ha raggiunto la sua auto e si è confrontato con la stampa, il colonnello Michele Piras ha preferito non farsi vedere. Piras, comandante provinciale dell'Arma di Piacenza da settembre 2018 a settembre 2019, è stato sentito come persona informata sui fatti in merito alla mexi inchiesta Odysseus della Guardia di Finanza che dal 22 luglio non smette di riservare sorprese e colpi di scena. Piras, che dopo Piacenza venne poi assegnato alla segreteria del ministro dei Trasporti Paola De Micheli, è stato ascoltato dai sostituti procuratori titolari dell'indagine Antonio Colonna e Matteo Centini, coordinati dal procuratore capo Grazia Pradella. Sarebbe stato preciso e puntuale nelle risposte: una mattinata che è stata definita soddisfacente dagli inquirenti. Piras potrebbe approdare, secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità al Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica), ossia andrebbe a ricoprire un ruolo nell'Intelligence italiana. Al posto di Piras, nel novembre 2019, venne messo il colonnello Stefano Savo il quale - si legge sempre su La Verità del 6 agosto - "fu rimosso (insieme al capitano Giuseppe Pischedda e al colonnello Marco Iannucci qualche giorno dopo lo scandalo) per omessa vigilanza e trasferito d'ufficio". 

COME NASCE L’INCHIESTA ODYSSEUS -  I carabinieri sono accusati, a vario titolo, di reati che vanno dall’abuso di ufficio, al falso, al pecultato, alla tortura, allo spaccio di droga. Le indagini dell’operazione Odysséus, come scritto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Luca Milani, «hanno preso il via in seguito alla segnalazione di un ufficiale dell’Arma che aveva prestato servizio per molti anni a Piacenza, il maggiore Rocco Papaleo…». Il comandante cremonese era stato convocato come testimone dalla Polizia locale per una indagine riguardante un caso di stalking: «…discorrendo con gli inquirenti di vari argomenti - ha scritto il gip - egli aveva assunto l’iniziativa di far ascoltare loro alcuni files audio salvati sul proprio telefono cellulare. Si trattava di messaggi vocali assertivamente ricevuti da un soggetto di origine marocchina e non pertinenti ai fatti» relativi allo stalking. Il marocchino era Hamza Lyamani il quale «dichiarava in tali messaggi di essere un informatore dei carabinieri presso la stazione di Piacenza Levante e di aver assunto tale ruolo in virtù di una conoscenza personale con l’appuntato Giuseppe Montella». Montella, prosegue il giudice Milani, «insieme ai colleghi Giacomo Falanga e Salvatore Cappellano era solito ricompensare le notizie ricevute attraverso la cessione di stupefacente, che era custodito» in un contenitore chiamato “scatola della terapia” all’interno della caserma Levante. Uno dei dubbi principali riguarda la catena di comando che il maggiore avrebbe dovuto rispettare. Nell’ordinanza, il giudice afferma che, al termine del colloquio con la polizia locale, Papaleo «aveva precisato di non aver mai riferito quanto appreso ai carabinieri di Piacenza in quanto non si fidava degli attuali dirigenti».

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L’INDAGINE - Nel frattempo, l’indagine si è allargata e sono spuntati nuovi indagati, tra i quali uno o più carabinieri. Gli inquirenti continuano a sentire numerose persone, fra cui anche alcuni degli arrestati. Il riserbo è stretto e la procura continua il lavoro ventre a terra, sia per quanto riguarda lo sviluppo di quanto acquisito finora sia per quanto riguarda la verifica delle dichiarazioni delle numerose persone - alcune sono già state sentite e non sembra che i loro racconti coincidano del tutto con quanto rilasciato alla stampa - che hanno detto di essere stata minacciate, ricattate o picchiate nella caserma di via Caccialupo.

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