Il vescovo Ambrosio incontra i politici piacentini: «Serve una responsabilità civica più alta»

Nella mattinata del 20 dicembre il vescovo Gianni Ambrosio ha ricevuto nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile di Piacenza una folta rappresentanza di amministratori e politici piacentini per gli scambi degli auguri natalizi

Il vescovo

Nella mattinata del 20 dicembre il vescovo Gianni Ambrosio ha ricevuto nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile di Piacenza una folta rappresentanza di amministratori e politici piacentini per gli scambi degli auguri natalizi. Nell’occasione il vescovo Ambrosio ha rivolto a tutti gli amministratori e ai politici un massaggio augurale e di buon lavoro richiamando il discorso che il Santo Padre, Papa Francesco, ha rivolto il 25 novembre scorso, in occasione della sua visita a Strasburgo, al Parlamento e al Consiglio d’Europa.

Al termine dell’incontro ha donato a tutti i presenti il testo del discorso di Papa Francesco e la sua recente Lettera Pastorale che, com’è noto, quest’anno fa riferimento a San Colombano, ritenuto il “padre dell’Europa”.

Il Presule è stato presentato ai Politici dal dottor Massimo Magnaschi, direttore dell’ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro. Presente anche mons. Eliseo Segalini, vicario episcopale di questo settore.

Riportiamo integralmente il messaggio del vescovo:

Rivolgo a tutti il mio saluto e il mio ringraziamento per la vostra partecipazione. Fin dal nostro primo incontro in occasione del Natale, ho espresso il mio ringraziamento a tutti voi che, a titoli diversi, come rappresentanti delle istituzioni, della politica, delle amministrazioni, siete impegnati nel servizio del nostro Paese, delle nostre comunità. Un servizio alto che non è affatto semplice. Non lo era neppure nel passato, ma oggi è reso ancor più difficile dalla situazione che viviamo. Mi riferisco alla situazione economia e sociale che rende tutto molto impegnativo: cresce la povertà e diminuiscono le risorse disponibili. Mi riferisco anche alla situazione culturale e morale: è sotto gli occhi di tutti la gravità di comportamenti che inducono alla sfiducia. 

Credo che sia urgente ricuperare l’idealità dell’impegno sociale, politico, amministrativo. A forza di abbassare l’asticella di ciò che dovrebbe essere l’ideale del servizio alla cosa pubblica, si abbassa sempre più la dignità della persona e della vita civica. L’immagine del nostro Paese che offriamo a noi stessi e agli altri – siamo sempre interconnessi  – non è affatto bella. E le conseguenze si pagano, perché i contraccolpi sono dolorosi, per tutti. 

Una responsabilità civica più alta, capace di esprimere il senso del servizio politico-amministrativo, comporta il ricupero del bene comune dei cittadini: questa è la finalità dell’impegno politico, del servizio amministrativo. A partire da un livello civico alto si è poi in grado di richiedere lo stesso impegno anche alle altre forze che agiscono nella città e nel territorio. 

Tutto questo, lo so bene, va ben oltre il nostro territorio, circoscritto dal Po e dal crinale degli Appennini. Tuttavia  credo che abbiamo bisogno di andare oltre il nostro territorio e di avere uno sguardo più aperto e più ampio, un orizzonte più vasto. Uno dei limiti della nostra realtà locale e nazionale è, a mio parre, la sua chiusura. Scivolare su questa china della chiusura, dell’autoreferenzialità è sempre stato pericoloso in ogni epoca, e la nostra storia italiana lo attesta. Ma diventa ancora più pericoloso in un mondo aperto e globalizzato come il nostro.     

Come gli altri anni, insieme agli auguri di Natale, desidero anche fare un piccolo regalo. Si tratta della Lettera pastorale dedicata a san Colombano. Sapete che stiamo celebrando l’anno di san Colombano, questo monaco irlandese che ha attraversato l’Europa per portare la luce di Cristo, fondando monasteri, dissodando i terreni, diffondendo la cultura. È giunto a Bobbio 1400 anni fa, ove ha fondato il suo ultimo monastero che, per secoli, è stato un punto di riferimento spirituale e culturale. Colombano è il primo a parlare dell’Europa come unità culturale. Intorno all’anno 600 scrisse una lettera a Papa Gregorio Magno in cui troviamo l’espressione: totius Europae, di tutta l’Europa. Ed esprime anche un suo giudizio sull’Europa di quel tempo, con un aggettivo: flaccentis, fiacca, decadente. Ma questo non ha scoraggiato Colombano, anzi lo ha stimolato per ridare luce, slancio, fede, speranza ai popoli europei.  

Insieme alla Lettera pastorale su san Colombano, vi offro anche il discorso che Papa Francesco ha rivolto agli eurodeputati a Strasburgo. Mi sembra che, a distanza di molti secoli, lo stesso invito a superare la fiacchezza e la decadenza sia arrivato da Papa Francesco. Il primo Papa non europeo rivolge il suo saluto alle istituzione europee – non ha fatto visite nei singoli Paesi europei – esprimendo così il suo augurio: “l’Europa ritrovi quella giovinezza dello spirito che l'ha resa feconda e grande”. Sono le parole conclusive del suo discorso al Consiglio d’Europa. Faccio notare che, nel breve saluto al Papa da parte del Presidente del Parlamento europeo, il socialista Martin Schulz, troviamo un’espressione sorprendente, che attesta il bisogno di un cambiamento della nostra Europa: il Papa “venuto dalla fine del mondo, dall’altra parte del mondo, per riformare la Chiesa”, è “un esempio che può aiutare l'Europa a riformarsi e a rinnovarsi”. È chiaro che il presidente del Parlamento non pensa solo alle istituzioni europee, ma all’Europa nel suo insieme, di cui le istituzioni di Strasburgo e di Bruxelles sono l’espressione politica. 

Mi soffermo solo su alcuni aspetti del discorso del Papa al Parlamento europeo, perché ci riguardano e soprattutto ci incoraggiano. A Strasburgo il Papa ha infatti rivolto agli eurodeputati e a tutti i cittadini europei un “messaggio di speranza e di incoraggiamento”, con l’invito a “tornare alla ferma convinzione dei padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente. Al centro di questo ambizioso progetto politico vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente”. 

Credo che potremo fermarci qui: fiducia nell’uomo, non in quanto produce e consuma, neppure in quanto cittadino, ma nell’uomo in quanto “persona dotata di una dignità trascendente”. È il cuore della cultura europea: la persona dotata di una dignità trascendente. Senza l’idea di persona aperta alla trascendenza, noi perdiamo noi stessi, la nostra identità, la nostra idealità, la nostra cultura, la nostra coscienza. Perdiamo tutto e diventiamo insignificanti. È il rischio dell’Europa, è il nostro grande rischio. “La coscienza della propria identità, afferma il Papa, è necessaria anche per dialogare in modo propositivo”. Senza identità, l’Europa non dialoga, resta muta. Nel discorso al Consiglio d’Europa, Francesco dice che “l’intera società europea non può che trarre giovamento da un nesso ravvivato” tra religione e società, tra ragione e fede, “sia per far fronte a un fondamentalismo religioso che è soprattutto nemico di Dio, sia per ovviare a una ragione ‘ridotta’, che non rende onore all’uomo”. 

Mi pare doveroso accennare a due aspetti della diagnosi della situazione europea. Il primo riguarda la solitudine. “Una delle malattie che vedo più diffuse oggi in Europa è la solitudine, propria di chi è privo di legami. La si vede particolarmente negli anziani, spesso abbandonati al loro destino, come pure nei giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro; la si vede nei numerosi poveri che popolano le nostre città; la si vede negli occhi smarriti dei migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore. Tale solitudine è stata poi acuita dalla crisi economica, i cui effetti perdurano ancora con conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale”. 

Oltre alla solitudine, il Papa si sofferma sulla sfiducia: “Si può poi constatare che, nel corso degli ultimi anni, accanto al processo di allargamento dell’Unione Europea, è andata crescendo la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose”.

Papa Francesco invita gli eurodeputati, e tutti coloro che sono impegnati in politica e nell’amministrazione pubblica, a questo preciso impegno: “Siete chiamati a prendervi cura della fragilità delle persone e dei popoli”. Un appello ancora alla persona, a farsene carico, sempre; un appello ai popoli, a prendersi cura della fragilità dei popoli, a lottare contro la “cultura dello scarto”, al “consumismo esasperato”, al tecnicismo invadente che avviene “a scapito di un autentico orientamento antropologico”.  

Il Papa chiede di investire sull’educazione, di valorizzare la famiglia, di favorire l’occupazione - “è tempo di favorire le politiche di occupazione” -, di proseguire l’impegno a favore dell’ecologia. Ma chiede anche di far valere la “solidarietà” e la “sussidiarietà”, con l’esigenza di “mantenere viva la democrazia dei popoli” del vecchio continente, “evitando che la loro forza reale, forza politica espressiva dei popoli, sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti”. 

Permettete due accenni a temi di grande attualità, in cui è richiesto più coraggio e più politica nel senso pieno del termine. Il Papa chiede più coraggio nella lotta contro gli estremismi religiosi e nella ferma condanna delle numerose persecuzioni dei cristiani e di ogni altra persona: “Comunità e persone che si trovano ad essere oggetto di barbare violenze: cacciate dalle proprie case e patrie; vendute come schiave; uccise, decapitate, crocefisse e bruciate vive, sotto il silenzio vergognoso e complice di tanti”. Chiede poi più ‘politica’ rispetto alla tragica questione dei migranti. Qui il Papa richiama in sintesi i vari aspetti di una ‘politica’ veramente europea che parte dalla persona umana aperta alla trascendenza e dalla identità culturale dei diversi popoli europei. Dopo aver affermato che “non si può tollerare che il mar Mediterraneo diventi un grande cimitero”, Francesco lamenta “l’assenza di un sostegno reciproco all’interno dell’Unione Europea”, che “rischia di incentivare soluzioni particolaristiche al problema, che non tengono conto della dignità umana degli immigrati, favorendo il lavoro schiavo e continue tensioni sociali. L’Europa sarà in grado di far fronte alle problematiche connesse all’immigrazione se saprà proporre con chiarezza la propria identità culturale e mettere in atto legislazioni adeguate che sappiano allo stesso tempo tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire l’accoglienza dei migranti; se saprà adottare politiche corrette, coraggiose e concrete che aiutino i loro Paesi di origine nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni, causa principale di tale fenomeno, invece delle politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti. È necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti”.

Concludo ringraziandovi ancora, invitandovi ad accogliere l’augurio che il Papa ha rivolto al Consiglio d’Europa: “Il mio augurio è che l’Europa, riscoprendo il suo patrimonio storico e la profondità delle sue radici (...) ritrovi quella giovinezza dello spirito che l’ha resa feconda e grande”. Credo che abbiamo davvero bisogno di ritrovare questa giovinezza dello spirito per le nostre comunità. Buon Natale!  

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