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La stazione Levante

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Inchiesta sulla caserma Levante, chiesto il giudizio immediato

In soli tre mesi, la procura ritiene di avere prove sufficienti per far processare sei carabinieri e dieci pusher. Partita la richiesta al gip, la decisione attesa entro il 22 ottobre

L’inchiesta sui carabinieri della caserma Levante, e di una decina di spacciatori, ha imboccato la dirittura d’arrivo. La procura, per 16 persone, sei carabinieri e dieci presunti pusher, ha chiesto al giudice per le indagini preliminari, Luca Milani, il giudizio immediato. In soli tre mesi, i magistrati hanno ritenuto di avere prove sufficienti, ed evidenti, per chiedere di processare alcune delle persone indagate - in totale sono 23 e per altri 7 le indagini devono ancora concludersi - con accuse pesanti. Alcuni carabinieri, cinque erano finiti in carcere, uno ai domiciliari e altri quattro indagati, sono stati accusati di aver creato un giro di spaccio con alcuni pusher per gestire la vendita di droga a Piacenza, soprattutto durante il lockdown della scorsa primavera. L’epicentro sarebbe stata la stazione Levante, in via Caccialupo, che venne sequestrata (caso unico in Italia). Oggi la caserma è ritornata in possesso dell’Arma e dovrebbe presto tornare alla sua piena attività.

Da sinistra: Daniele Sanapo, Grazie Pradella, Antonio Colonna, Matteo Centini-2Oltre allo spaccio, secondo i sostituti Matteo Centini e Antonio Colonna, coordinati dal procuratore capo Grazia Pradella, i carabinieri, a vario titolo, si sarebbero macchiati di reati molto gravi tra cui tortura, lesioni, peculato, falso, arresto illegale, abuso di ufficio. Secondo la procura, i militari avrebbero creato un giro di informatori, che venivano ricompensati con della droga, per riuscire a compiere più arresti. L’ansia di ottenere risultati sarebbe provenuta da alcuni ufficiali, secondo quanto riferito in alcuni interrogatori dei carabinieri, che avrebbero esercitato pressioni. Per alcuni carabinieri, inoltre, la situazione si sarebbe aggravata ed è stato contestato un altro episodio di tortura ai danni di un 19enne lodigiano, e due di percosse, sempre nei confronti di altri ragazzi italiani.

Ma qualcuno degli uomini dell’Arma avrebbe anche trattenuto parte della droga, rivendendola e tenendo il guadagno per sé. Dagli interrogatori è emerso uno spaccato fatto di minacce, accordi sotterranei, uso della violenza in alcuni casi, spregiudicatezza nel redigere verbali falsi o incompleti e compiere arresti illegittimi. L’indagine, oltre alle dichiarazioni emerse negli interrogatori, si è avvalsa anche di numerose intercettazioni telefoniche e di un trojan inserito nei telefoni di alcuni militari, che ha permesso di ascoltare telefonate, leggere messaggi e vedere le immagini degli smartphone. Scoprendo così anche pranzi e cene in locali della provincia utilizzando l’auto di servizio.

La velocità delle indagini, condotte dalla Guarda di finanza e dalla sezione investigativa della Polizia locale, ha fatto sì che la procura abbattesse i tempi per la richiesta di immediato. E’ un giudizio, quest’ultimo, che consente di accorciare i tempi, saltando l’udienza dal gip. Il giudice ricevuta la richiesta - in questo tempo ha tempo fino al 22 ottobre, giorno in cui scadono i tre mesi dagli arresti del 22 luglio - fissa direttamente l’udienza. Quando la richiesta di giudizio immediato è notificata alle difese, gli avvocati hanno 15 giorni di tempo per scegliere che tipo di processo affrontare: dibattimento, rito abbreviato o patteggiamento.

I capi di imputazione contestati sono 62, la maggior parte a carico di cinque carabinieri, mentre i pusher devono rispondere di detenzione ai fini di spaccio. I carabinieri (quattro ancora in carcere e uno agli arresti domiciliari) per cui è stato chiesto il giudizio immediato sono Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo. A rispondere del reato di spaccio sono chiamati Daniele, Alex, e il padre Matteo (mentre Simone Giardino deve rispondere di estorsione e ricettazione); Tiziano Gherardi, Jamai Masroure, El Mehdi El Ghormy, Megid Seniguer, Maria Luisa Cattaneo (convivente di Montella), Clarissa D’Elia (compagna di Daniele Giardino). Infine, Marco Orlando, maresciallo, comandante della stazione Levante, tuttora ai domiciliari, è accusato di abuso d’ufficio, falso e un episodio di concorso in spaccio.

Le contestazioni principali sono per i carabinieri Montella (40 capi di imputazione) Cappellano (13 capi) Esposito (9 capi) Falanga (7 capi) Spagnolo (5 capi). Fra gli spacciatori - già il gip nell’ordinanza aveva evidenziato un vertice composto da Montella, Daniele Giardino (18 capi di accusa per spaccio) e Gherardi (5 capi) - inumerò maggiore di episodi è contestato a Daniele Giardino e al fratello Alex (5 capi) oltre che a Gherardi (5 capi). Per altre sette persone, l’inchiesta è ancora aperta. Si tratta di spacciatori e di un ufficiale dell’Arma, il maggiore Stefano Bezzeccheri, accusato di abuso di ufficio. Gli altri sono i carabinieri Francesco Minniti (truffa), Giovanni Lenoci (abuso d’ufficio), Lorenzo Ferrante (abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio) e il finanziere Marco Marra (rivelazione di segreto d’ufficio).

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia del maggiore dei carabinieri Rocco Papaleo (per anni a Piacenza e oggi a Cremona) che aveva ricevuto dei file da Lyamani Hamza, uno spacciatore che avrebbe ammesso di essere stato un informatore dei carabinieri e sarebbe stato ricompensato con la droga quando faceva arrestare altri pusher, nei quali era registrato ciò che sarebbe accaduto in quella caserma. Lo stesso Hamza, nell’incidente probatorio svoltosi una settimana fa, ha ripetuto che avrebbe voluto uscire da quel giro, ma che sarebbe stato malmenato dai militari.

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